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23 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 12:33

Donald Trump è furioso: la sentenza della Corte Suprema che ha polverizzato i suoi dazi globali è la sconfitta più bruciante della sua doppia carriera presidenziale. La reazione è quella solita del repertorio sovranista: insultare i giudici. “Folli”, “cagnolini servili”, “antipatriottici”, un florilegio di improperi che ricorda da vicino la prosa del ministro Nordio ogni volta che una toga osa applicare la legge anziché le direttive del governo. Ma la realtà è più solida del chiasso mediatico. A Washington c’è ancora chi esercita la funzione giudiziaria in autonomia, erigendo un bastione contro l’arroganza autoritaria della politica. La sentenza dei nove giudici del massimo organo istituzionale americano è un avvertimento – perentorio – a rispettare lo Stato di diritto, la Costituzione e a frenare le voglie da dittatore dell’uomo di Mar-a-Lago.

Anche se la Casa Bianca cercherà di aggirare l’ostacolo con qualche escamotage – come il nuovo balzello lineare del 15% contro tutti – la disfatta politica resta colossale. Perché il punto non è mai stato il gettito fiscale o il deficit commerciale – che non è calato di un millimetro – ma il potere arbitrario da caudillo a cui aspira Trump. Lui ha usato la leva doganale come manganello da “dittatore dello stato libero di Bananas”, per punire il Brasile “reo” di aver processato il sovranista Bolsonaro (mentre Lula è rimasto in piedi e ha avuto ragione, come in Cina Xi Jinping), o per ricattare Francia e Germania, colpevoli di opporsi all’invasione della Groenlandia. In questo scenario di ricatti globali da parte di The Donald, brilla per coerenza servile solo Giorgia Meloni, una strategia lose-lose che la vede rincorrere scioccamente un alleato che la ignora, isolamento che sta diventando non solo patetico ma nocivo per l’Italia, in ambito Ue e ovunque.