Egregio direttore, chi poteva aspettarselo? il presidente Donald Trump si è beccato un bell'altolà, un vero sberlone in faccia. E proprio su uno dei suoi cavalli di battaglia. Ma a metterlo in difficoltà non sono stati i cinesi o i russi o qualche alleato riottoso o uno dei tanti scenari di guerra. Bensì la Corte Suprema degli Stati Uniti che con una sentenza ha definito incostituzionale la politica dei dazi. Incredibile. Si potrebbe dire, parafrasando l'Amleto, che c'è un giudice a Washington. O no?
Luigi Canton
Mestre
Caro lettore, la sentenza della Corte Suprema contro i dazi ha avuto il voto favorevole di 6 giudici e quello contrario di 3. Significativo in particolare il fatto che, come abbiamo anche sottolineato nei titoli di prima pagina, ad esprimersi a favore, cioè contro le disposizioni della Casa Bianca, siano stati anche due membri della Corte nominati dallo stesso Donald Trump. Clamoroso e sorprendente? Sì, ma fino ad un certo punto.
Da quando è stato eletto, ma anche da prima, il presidente americano ha condotto una battaglia frontale contro ogni contro-potere, dalla magistratura alla stampa alla Federal reserve, con l'intento di delegittimarli e di mettere in discussione il sistema di check and balances cioè di pesi e contrappesi che mira a garantire un controllo reciproco dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) e che rappresenta un pilastro non solo della democrazia americana ma della Costituzione degli Stati Uniti. Questa Carta assegna infatti al Presidente l'esercizio della forza (cioè il cosiddetto potere della spada) e del potere esecutivo; al Congresso, l'equivalente del nostro Parlamento, la stesura delle leggi e i controlli della spesa (i cosiddetti poteri della penna e della borsa) e alle Corti l'incarico di far rispettare le leggi e di vigilare sulla costituzionalità delle scelte dell'esecutivo, cioè del Presidente. Un sistema che ha l'obiettivo di garantire un equilibrio tra il ruolo, indubbiamente forte, del Presidente e quello degli altri organi dello Stato.











