Gli anni d’oro (si fa per dire) della globalizzazione sono definitivamente finiti. Fra i tanti segnali, ce ne è uno forse poco evidente ma sicuramente significativo: la fine dell’aura che ha circondato gli economisti, soprattutto quelli (la stragrande maggioranza) di tendenze liberal e progressisti. Donald Trump che umilia il Premio Nobel Paul Krugman definendolo un «barbone squilibrato», ne sia consapevole o meno, si collega direttamente (a parte i toni) alla Margareth Thatcher che criticava gli economisti del suo tempo per aver fallito ogni previsione sull’andamento del mondo. A partire dagli anni Novanta, e poi per i due decenni successivi, la figura dell’economista ha dominato incontrastata nel dibattito pubblico ed è stata quasi sacralizzata. La sua voce è stata influente presso i governi, ascoltata e riverita dai media, riconosciuta dalle più rinomate istituzioni, insignita di premi e onorificenze, foraggiata con consulenze milionarie.
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Se un tempo gli intellettuali più vicini al potere erano storici e filosofi, se oggi sono gli scenaristi e gli esperti militari e di geopolitica, per tutto il periodo della globalizzazione sono stati i Krugman, i Sen, gli Stiglitz, i Piketty, a dettare legge. Intellettuali forse insigni ma che certo non si può dire che abbiano capito ove portasse la globalizzazione, che hanno assecondato anche quando la criticavano. In sostanza a loro si può imputare, col senno del poi, di non aver riconosciuto che le politiche da loro auspicate e promosse aumentavano e non diminuivano i mali che intendevano combattere, cioè le ingiustizie e le diseguaglianze. Essi cioè non si sono resi conto che le loro idee erano funzionali ad un sistema, quello capitalistico, che, per sua natura, tende ad inglobare e a metabolizzare anche le idee che sembrerebbero metterlo in crisi. Un sistema che, fra l’altro, si era enormemente trasformato dai tempi della Thatcher, sostituendo la figura dell’imprenditore che rischia con quello della finanza impersonale e transnazionale.







