A Davos, il discorso di Donald Trump è andato in scena senza il pubblico politico che tradizionalmente trasforma il Forum economico mondiale in un’arena globale del potere. La delegazione americana era numerosa, ma attorno al presidente mancavano molti dei protagonisti europei, impegnati in altri incontri o già ripartiti, in quella che è apparsa come una presa di distanza accuratamente calibrata. In sala non c’erano diversi leader del G7 né i rappresentanti dei Paesi nordici, mentre Emmanuel Macron era già rientrato a Parigi. Al loro posto, una platea dominata da amministratori delegati, da grandi investitori e dalla cerchia più ristretta di Trump, in un’atmosfera più simile a una gelida convention aziendale che a un vertice diplomatico. Davanti all’interminabile discorso del presidente Usa, facce impassibili, niente applausi, nessuna risata, neanche per cortesia: il salotto diplomatico di Davos, hanno commentato tanti analisti americani sembra più un ring, in cui l’esibizione della forza conta più della mediazione.
Ed è proprio da questo clima di attrito che, poche ore dopo, sarebbe emersa l’indicazione di un possibile accordo sulla Groenlandia mediato dalla Nato, presentato da Trump come un primo passo per disinnescare lo scontro sui dazi e ricomporre, almeno in parte, la frattura con l’Europa. Il passaggio più delicato di ieri, e anche il più rivelatore dei nuovi equilibri del summit svizzero, ha riguardato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Arrivato con l’ambizione di fare da ponte tra Washington e Bruxelles, Merz contava su un bilaterale con Trump per disinnescare la doppia crisi dei dazi e della Groenlandia. L’incontro è stato cancellato all’ultimo, ufficialmente per problemi di agenda legati al ritardo del volo presidenziale, ma letto a Berlino come un segnale politico netto. Poco dopo, Merz ha annunciato la partenza anticipata. Anche von der Leyen ha scelto una linea di rottura controllata. E dopo un intervento insolitamente duro, in cui ha difeso la sovranità danese sulla Groenlandia e constatato la «spirale discendente » nei rapporti transatlantici, ha lasciato il Forum prima del previsto. Nei corridoi, la tensione era palpabile. A pesare non erano soltanto le minacce sui dazi e lo scontro sulla Groenlandia, ma anche il clima personale deteriorato tra il presidente americano e alcuni leader europei. In particolare, ha fatto discutere l’attacco di Trump a Emmanuel Macron, preso di mira per gli occhiali indossati in questi giorni: l’allusione sarcastica di Trump ha ignorato il fatto che il presidente francese stia soffrendo di una congiuntivite. Un episodio minore solo in apparenza, che molti diplomatici hanno letto come l’ennesimo segnale di una linea deliberatamente aggressiva, capace di trasformare anche i dettagli personali in strumenti di pressione politica. La stessa atmosfera si è riverberata anche fuori dalle plenarie ufficiali: un intervento del segretario al Commercio Howard Lutnick, molto critico verso le politiche europee su energia ed economia globale, è stato accolto da fischi e proteste diffuse. Secondo più testimonianze, la serata è rapidamente degenerata in un clima teso e caotico, fino al gesto eloquente di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, che si è alzata e ha lasciato la sala mentre Lutnick parlava, un’uscita silenziosa ma carica di significato, che ha fatto il giro dei corridoi come l’ennesima crepa nel fragile equilibrio del Davos 2026.











