L’avvicinarsi dell’anno nuovo è una strada lastricata dalle migliori intenzioni. Ma sono davvero uno stimolo, o solo una fonte d’ansia? Risponde la psicoterapeuta Sara Angelicchio

a cura di Enrica Brocardo

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“I buoni propositi di inizio anno tendenzialmente nascono da cattive abitudini: fare un bilancio di ciò che si è fatto ma, soprattutto, di ciò che non si è fatto o non è andato bene. Con uno sguardo che, già a monte, si focalizza sul negativo e che, soprattutto, nei momenti di difficoltà, di sicuro aiuta”, dice la psicoterapeuta Sara Angelicchio. “Un’ottica che nasce anche dalla società in cui viviamo, incentrata sulla performance e sul bisogno di avere sempre di più. Da qui l’idea di dover riparare alle mancanze con una lista di risultati da raggiungere. Il rischio, però, è che questi obiettivi siano troppo stringenti e idealizzati, con il risultato di farci provare presto una sensazione di fallimento, frustrazione, vergogna che confermerà l’immagine svalutante che abbiamo di noi stessi. Insomma, si tratta di un’abitudine che può essere controproducente. Il problema sta quindi nel porsi obiettivi molto specifici e concreti che non tengono conto del fatto che non possiamo prevedere cosa accadrà nei 12 mesi a venire. La progettualità legata ai buoni propositi non è flessibile, non ci aiuta a vivere il presente e può causare un incremento dello stress. Per questa ragione sarebbe meglio puntare sui valori, sugli atteggiamenti che si vuole cercare di adottare verso se stessi e il mondo. Un impegno più controllabile e che non ha scadenza. Facciamo un esempio, se dico a me stesso che andrò in palestra almeno due volte a settimana mi lego a un impegno molto rigido che potrei disattendere per ragioni che non sono legate alla mia volontà. Meglio puntare sul valore corrispondente, ovvero ripromettermi di prendermi cura di me nel modo e nei limiti delle circostanze più opportune. Ma c’è anche un altro aspetto negativo dei buoni propositi: invece di spingerci a fare, possono servirci a procrastinare. Rimandando al futuro quello che potremmo benissimo realizzare oggi ma che, per qualche motivo, ci riesce difficile affrontare. Un comportamento che è una risposta all’ansia, che ha come risultato solo quello di accrescerla”.