Si avvicina l’anno nuovo. Tempo di bilanci e di promesse. Di frasi fatte e di speranze incartate come panettoni in saldo. Ogni 31 dicembre, puntuale come un oroscopo, l’umanità si illude che basti girare una pagina del calendario per diventare migliori.
“Anno nuovo, vita nuova”. Ma no, non funziona così. E chi ha qualche capello grigio o anche solo un minimo di onestà intellettuale lo sa bene: la data cambia, la gente no. La retorica del “nuovo inizio” è un vecchio inganno. A molti piace crederci, perché è comodo. Fa sentire in movimento anche chi è fermo da anni. Basta una bottiglia stappata e un cin-cin a mezzanotte per dimenticare dodici mesi di scelte sbagliate, relazioni tossiche, abitudini dannose. Un brindisi collettivo e via, si riparte... verso gli stessi errori. I buoni propositi, quei monumenti di cartone che costruiamo ogni gennaio, crollano di solito entro febbraio. Iscrizioni in palestra, diete improvvisate, promesse di “cambiare vita” lanciate tra uno spumante e una lenticchia. E poi? Poi il solito tran tran, le solite lamentele, i soliti egoismi.
L’umanità è stanca, certo. Ma anche recidiva. E allora viene da chiedersi: perché? Perché, nonostante tutta la tecnologia, l’informazione, i progressi- veri o presunti - sembriamo incastrati in una giostra che gira su sé stessa? Una crisi dietro l’altra, una guerra dopo l’altra, un clima che impazzisce, e sempre gli stessi discorsi, regolarmente ripetuti a ogni capodanno: «Questo sarà l’anno della svolta». Ma la svolta non arriva mai. Forse perché l’uomo non sa più dove vuole andare. O peggio: fa finta di saperlo, ma in fondo gli va bene così.






