di
Fulvio Fiano
I due ultras della Lazio: «Noi, come lo Zen di Palermo». Si dicevano «nullatenenti» e incassavano in contanti dai biglietti delle feste. All'assessore: «Siamo figli di costruttori, abbiamo uno zio in Parlamento»
Tra i buttafuori dei locali della località sciistica erano conosciuti come «gli spaccini di Cortina», anche se loro si attribuivano un rango da boss: «Allo Zen di Palermo potresti mai aprire un’attività commerciale senza dirlo alla malavita di turno?». Quale che fosse il loro «titolo» criminale, i fratelli romani Alvise e Leopoldo Cobianchi risultavano efficaci nelle loro minacce. E l’aggravante mafiosa riconosciuta dal gip di Venezia nell’arresto per rapina ed estorsione si fonda (anche) proprio sum quanto affermavano e minacciavano.
Ultrà in trasfertaIl riferimento al capoluogo siciliano viene rivolto a Loris Osualdella, che si era «permesso» di organizzare un evento al Rifugio Faloria sul quale i due ultrà laziali pretendevano di avere il monopolio. L’uomo viene caricato su una Panda, portato in un bosco, minacciato con una pistola sul cofano e picchiato: «Sei un infame... Oggi te ne vai con le gambe tue...», ma l’avvertimento è chiaro. Il gestore di un altro locale descrive Leopoldo e Alvise, 38 e 36 anni, come «persone che volevano tenere le redini del locale al posto nostro. Avevano un atteggiamento da supervisori di cose non loro e a me, come a tutti, facevano paura. Ti abbracciavano, ti chiamavano “fratello” si vantavano di essere molto amici del “povero Piscitelli” (Diabolik, il narcotrafficante, capo della curva laziale, ucciso nel 2019, ndr)».












