Proprio nell’epoca in cui si diffonde la certezza che l’America è avviata verso l’isolamento e una crescente irrilevanza, la sua centralità globale esplode. L’assassinio di Charlie Kirk è stato l’ultimo esempio, drammatico e impressionante: in Italia ha avuto una tale risonanza che è diventato addirittura un “caso” di politica interna. La commemorazione funebre di Kirk ieri è stata seguita in diretta non solo da milioni qui in America, ma anche da molti italiani.

Eppure era diventata un’ovvietà sentire affermazioni sulla «fine dell’impero americano», il «tramonto di un ordine globale americano-centrico», il fallimento della «Pax Americana». E non importa se siano davvero esistiti un impero, un ordine, una pace così fortemente imposti dall’America. Alcuni pronunciano queste sentenze con soddisfazione, compiaciuti di essersi finalmente liberati da una potenza egemone opprimente. Altri lo fanno con rimpianto. Ma la constatazione è comune. Salvo essere contraddetta quotidianamente: lungi dal diventare irrilevante, mai la politica americana ha occupato gli schermi europei in modo così invasivo, incessante, ossessivo, come negli ultimi mesi.

L’assassinio di Kirk, sia chiaro, merita davvero attenzione. Perfino per un paese come l’America dove la violenza politica ha tradizioni antiche, questo attentato ha avuto una risonanza speciale. Per l’impatto enorme sull’opinione pubblica, per le emozioni estreme che ha suscitato, per le possibili conseguenze di lungo periodo, qualche osservatore lo ha avvicinato ai più celebri assassinii politici degli anni Sessanta (i fratelli Kennedy e Martin Luther King); qualcun altro ha fatto un parallelo con l’influenza che ebbe a sinistra l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto nel 2020. Nel campo degli amici della vittima, vedremo cosa prevarrà delle due risposte di ieri: l’accorato perdono cristiano della vedova; o la promessa-minaccia di castigo lanciata da Trump. Intanto un primo segnale non va sottovalutato. Nei giorni successivi all’assassinio di Kirk, 62.000 fra licei e college americani hanno chiesto di aderire all’associazione Turning Point USA, quella che lui aveva fondato per promuovere dibattiti politici. Per la destra americana è una cosa che non accadeva da decenni, vede aprirsi la possibilità di una «strategia gramsciana» (dal nome di un fondatore del Partito comunista italiano, il filosofo marxista Antonio Gramsci), cioè di lavorare a costruire un’egemonia culturale fra le giovani generazioni. Se questa fosse l’eredità di Kirk, sarebbe notevole.APPROFONDISCI CON IL PODCASTIn Italia un’analisi equilibrata e lucida di quanto accade attorno all’assassinio Kirk è resa complicata. Proprio perché la politica americana “invade” il discorso pubblico italiano, tutto viene piegato a logiche di schieramento, i giudizi sull’America finiscono per essere dettati dalle appartenenze politiche locali. Le polarizzazioni si inseguono e si copiano, in una logica di “gemellaggi obbligati”, e più la lotta politica dentro gli Stati Uniti s’inasprisce, più gli italiani vi proiettano la propria. Perciò credo di rendere un servizio ai lettori segnalando quelle voci americane che provano a volare alto, ad analizzare quel che accade con il distacco dello storico. Oggi la mia selezione premia un opinionista moderato-conservatore (non trumpiano) che scrive su un giornale progressista, David Brooks del New York Times. Di lui vi propongo questo editoriale intitolato “L’era delle passioni oscure”:«A volte ripenso alle elezioni di un tempo — quando, per esempio, Mitt Romney correva contro Barack Obama o John Kerry contro George W. Bush. Cerco di capire perché allora la politica, e la società in generale, sembrassero così diverse. Non che allora non avessimo grandi disaccordi. La guerra in Iraq aveva acceso discussioni feroci. Non che non fossimo polarizzati: gli studiosi parlano di polarizzazione politica almeno dal 2000, se non da prima. La politica oggi è diversa perché qualcosa di terribile è stato liberato. William A. Galston definisce questa cosa nel suo nuovo libro “Anger, Fear, Domination: Dark Passions and the Power of Political Speech” (“Rabbia, paura, dominio: passioni oscure e la forza del discorso politico”). Già prima dell’assassinio di Charlie Kirk era evidente che le passioni oscure pervadono ormai la psiche americana e quindi la politica americana.Una sfida fondamentale nella vita è: come motivi le persone ad agire — a votare in un certo modo, a compiere un certo tipo di azione? I buoni leader motivano attraverso quelle che si possono chiamare passioni luminose: la speranza, l’aspirazione, la visione ispiratrice di una vita migliore. Ma oggi, e forse da sempre, leader di tutto lo spettro politico hanno scoperto che è molto più facile suscitare passioni oscure. L’evoluzione ci ha programmati a essere ipersensibili alla minaccia: è ciò che gli psicologi chiamano “pregiudizio a favore del negativo”.Donald Trump è un uomo quasi interamente motivato da passioni oscure — odio, rabbia, risentimento, paura, volontà di dominio — e le agita per ottenere consenso. Al CPAC del 2023 avvertì dell’esistenza di “forze sinistre che cercano di uccidere l’America”, trasformando il Paese in una “discarica socialista di criminali, drogati, marxisti, teppisti, radicali e profughi pericolosi che nessun altro vuole”.Trump è maestro in quest’arte oscura, ma non direi che i miei amici pro-Trump abbiano personalità più tenebrose dei miei amici anti-Trump. Anche i progressisti fanno appello a passioni oscure. Un decennio fa ebbi una conversazione con un pubblicitario democratico angosciato perché quasi tutti i suoi spot puntavano a suscitare paura e ostilità. Marshall Ganz, attivista di sinistra, disse a The Atlantic nel 2019: “Sono i progressisti che hanno perfezionato la politica della rabbia”. E Michael Walzer, eminente co-direttore della rivista Dissent, spiegò chiaramente: “La paura deve essere il nostro punto di partenza, anche se è una passione che la destra sfrutta con più facilità”.Anche noi nei media attingiamo a quelle passioni. Un team di ricercatori neozelandesi ha analizzato titoli di 47 testate americane: tra il 2000 e il 2019 la quota di titoli pensati per evocare rabbia è più che raddoppiata; quelli destinati a evocare paura sono cresciuti del 150%.Elenco delle passioni.Rabbia: nasce quando qualcuno danneggia ciò che ti sta a cuore. Può essere nobile, se rivolta contro l’ingiustizia. Ma è seducente perché fa sentire forti e padroni di sé. Oggi la rabbia non è più un lampo passeggero: è diventata condizione permanente della vita pubblica.Odio: a differenza della rabbia, è pervasivo. “Ci arrabbiamo per ciò che qualcuno fa, odiamo per ciò che qualcuno è”, scrive Galston. L’antisemita odia gli ebrei, i genocidi si fondano sull’odio. L’odio non si placa: va solo contrastato.Risentimento: riguarda lo status sociale. È la ferita dell’umiliazione, di chi si sente inferiore e senza riconoscimento. Diversamente dalla rabbia, spesso resta represso e avvelena dall’interno.Paura: utile quando segnala un pericolo reale. Ma, come scrisse Zygmunt Bauman, la paura è più terribile quando è diffusa e senza oggetto. Allora diventa terrore e impedisce la razionalità.Volontà di dominio (libido dominandi, per Sant’Agostino): la più oscura di tutte, è la pulsione a controllare e umiliare, radicata in ansia e insicurezza. Nella vita privata diventa manipolazione e violazione dei confini; nella vita pubblica si traduce in abuso di potere, brutalità e imposizione di verità semplificate.Le passioni oscure fanno parte della nostra natura, sono come tasti di un pianoforte. Se il discorso pubblico preme sempre sui tasti oscuri, l’antipatia cresce e scaccia le passioni buone. I fondatori degli Stati Uniti d’America erano consapevoli delle passioni oscure: Samuel Adams parlava di “ambizione e sete di potere”, Patrick Henry della “depravazione della natura umana”. Per questo preferivano la democrazia: meglio distribuire il potere che lasciarlo a uno solo. Negli ultimi 60 anni abbiamo perso gran parte di questa sapienza morale. La religione, che insegnava la lotta tra bene e male, ha perso ruolo pubblico. La psicologia ha sostituito l’anima con la psiche, il peccato con i sintomi. La morale è stata privatizzata: “Trova i tuoi valori” è diventato il mantra, come se ognuno potesse inventarsi da solo l’astrofisica.Questa ignoranza collettiva ha prodotto cecità e ingenuità sulle passioni oscure. Molti credono che democrazia significhi solo governo della maggioranza, dimenticando che anche le maggioranze possono compiere atrocità se in preda a passioni oscure.Nessuna forza suscita passioni oscure quanto l’umiliazione. La Germania dopo la Prima guerra mondiale, il mondo arabo dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), la Russia dopo la Guerra fredda, la Cina dopo il “secolo delle umiliazioni”. Anche in America, molti attentatori solitari — da Columbine in poi — erano uomini umiliati. L’élite meritocratica degli ultimi decenni ha spesso escluso gli altri, accrescendo la sensazione di emarginazione.I demagoghi hanno sfruttato l’umiliazione per alimentare passioni oscure. La tendenza oggi è rispondere al fuoco con il fuoco: anche i Democratici hanno abbandonato l’idea di “volare alto quando gli altri si abbassano”. Ma così ci si lascia corrompere dalle stesse passioni oscure.La vera via d’uscita è interrompere il ciclo. Leader come Vaclav Havel, Abraham Lincoln, Martin Luther King Jr., Nelson Mandela hanno mostrato che si può rispondere all’odio con l’amore, alla paura con la speranza, al risentimento con la dignità. Per spegnere le passioni oscure e risvegliare quelle luminose, servono leader che offrano condizioni di mobilità sociale e speranza. L’antidoto alla paura non è il coraggio, ma la speranza: la sensazione di progresso personale e collettivo. Le passioni oscure guardano indietro al torto subito e inaridiscono il cuore; le passioni luminose guardano avanti a una vita migliore e ci rendono forti ma compassionevoli».