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Ultimo aggiornamento: 14:46
Anzitutto ci sono grief and anger, il dolore e la rabbia. Proprio di “dolore e rabbia” ha parlato Donald Trump in una dichiarazione pochi minuti dopo la morte di Charlie Kirk. Per capire cosa sta succedendo negli Stati Uniti in queste ore bisogna partire proprio da lì, dal rapporto intimo, al tempo stesso personale e politico, che Trump aveva con il 31enne attivista conservatore, ucciso mercoledì alla Utah Valley University. Il suo assassinio esplode in un’America sempre più spaccata e rissosa e alimenta ulteriore caos e divisioni. Il suo assassinio è un nuovo tragico esempio della storia di violenza politica che è parte integrante della società americana e che in questi anni è tornata potentemente alla ribalta. Il suo assassinio è però, appunto, una ferita profonda per il presidente. Con Charlie Kirk se ne va una figura che ha incarnato come forse nessun altro il verbo trumpiano e che, per Trump, era diventato una sorta di figlio adottivo.
È stato proprio Trump, non la famiglia, non la polizia, a dare l’annuncio della morte di Kirk. “Era amato e ammirato da TUTTI, specialmente da me, e ora non è più con noi”, ha scritto su Truth. “Ti amo, fratello”, lo ha salutato su X Donald Trump Jr. Era stato proprio Don Jr. a introdurre Kirk nell’orbita di famiglia. Nel 2016 l’allora giovanissimo attivista – aveva 22 anni ed era il fondatore di “Turning Point USA”, un’organizzazione giovanile conservatrice – era riuscito a ottenere un incontro nella Trump Tower con il figlio maggiore del tycoon. In tempo di campagna elettorale Kirk voleva dare a Trump, di cui apprezzava il conservatorismo senza ombre e tentennamenti, alcuni consigli su come parlare ai giovani americani e ottenere il loro voto. Kirk e Don Jr. si piacquero immediatamente. Don Jr. nominò Kirk suo assistente personale. Un anno dopo, Kirk era tra gli invitati a Mar-a-Lago per il compleanno del presidente. Il suo posto a tavola, vicino al festeggiato, fu il segno tangibile della sua ascesa. Da allora il giovane attivista non ha mai fatto mancare il suo sostegno, aiuto e consiglio. Ha cominciato a frequentare assiduamente la Casa Bianca. Ha appoggiato ogni causa e battaglia trumpiana, dalla diffidenza per medici e scienziati ai tempi del Covid – è sua la definizione “China virus” – alle recriminazioni per la presunta “vittoria rubata” del 2020 alla recente occupazione militare delle città. Ha spinto per la nomina di JD Vance a vice e ha direttamente partecipato alla scelta del personale politico di questa amministrazione. Con il suo “Turning Point USA” ha raccolto milioni di dollari per le cause conservatrici e diffuso il pensiero di Trump in centinaia di incontri nei college americani. Solo sugli “Epstein Files”, Kirk si è allontanato dalla posizione ufficiale della Casa Bianca, chiedendo maggiore trasparenza. Una telefonata del presidente lo ha riportato nei ranghi. “D’ora in avanti non parlerò più di Epstein”, aveva poi annunciato Kirk sui social.












