L’orrore per l’assassinio di Charlie Kirk, ucciso con un colpo di fucile sotto gli occhi di moglie e figli durante un dibattito alla Utah Valley University, ci restituisce le proporzioni che stavamo smarrendo tra gli slogan e gli spari, i concetti e gli attentati, la vita e la morte. Non conta nulla, per giudicare quanto è avvenuto, che Kirk fosse un estremista radicale del pensiero reazionario con milioni di follower, alla testa dell’organizzazione politica di destra Turning Point: è morto perché un giovane uomo con idee diverse dalle sue, di sinistra e confuse, ha deciso di armarle (pervertendo persino la scritta “Bella ciao”, incisa sulle pallottole) e di puntare un fucile di precisione da un tetto a duecento metri di distanza mirando per uccidere, colpendo Kirk al collo. Tutto questo, per completare la scena e renderla emblematica dei tempi che viviamo, dentro uno di quei campus dove dovrebbe compiersi la trasmissione quotidiana della conoscenza e della scienza, il passaggio generazionale, la scoperta della politica e anche della militanza, e dove invece si realizza la guerra quotidiana delle idee, polarizzando lo scontro sociale.
Non siamo davanti all’atto patologico di uno psicopatico che irrompe in un edificio e spara a persone sconosciute trasformate in bersaglio occasionale, con il gesto che spiega se stesso mentre si compie, molto più di quanto spieghi la scelta delle vittime. Qui è il contrario: c’è un prescelto, in quanto attivista di estrema destra, che deve morire perché le sue idee sono insopportabili e vanno uccise, e dall’altra parte del fucile c’è un suo quasi coetaneo che decide di trasformarsi in giustiziere: tramutando una scelta individuale in un atto pubblico che incendia la politica e suggerendo un rapporto sciagurato di causa e effetto tra la predicazione estremista di Kirk e la decisione estrema di eliminarlo fisicamente, come portatore non soltanto di un’idea da cancellare, ma di una colpa.











