La madre Maria e il padre Ugo, la seconda generazione, gli amori e le grandi intese. Apriamo lo scrigno delle sue memorie personali

di Francesca Reboli

Riservatezza, al limite dell’ossessione. Giorgio Armani, tanto presente nella vita pubblica nel doppio ruolo di designer e imprenditore, ha sempre protetto la sua vita privata respingendo ogni incursione in una sfera che non fosse professionale. L’ha fatto per non perdere il controllo sulla narrazione della sua famiglia e dei suoi affetti più intimi. L’ha fatto per non snaturare il suo passato e tenere per sé il piacere di raccontarlo, concedendosi solo ogni tanto di schiudere lo scrigno delle memorie familiari.

A Martin Scorsese, per esempio, nel documentario “Made in Milano” del 1990, aveva detto: “Ho tantissimi ricordi del passato, della mia infanzia, che sicuramente hanno influenzato le scelte nel mio lavoro. Ricordo l’eleganza di mia madre e mio padre, molto essenziale, forse era un’eleganza soprattutto interiore anche perché non avevano molti soldi. Mia madre faceva i vestiti per noi ragazzi ed erano oggetto di invidia da parte dei nostri amici di scuola. Sembravamo ricchi ma eravamo poverissimi”.

All’origine del mito Armani, torna spesso la figura della madre Maria. A Vogue, nel 2020, aveva raccontato: “Era una donna molto bella. Prima della guerra vestiva quasi sempre di grigio: abiti a girocollo, di lana molto leggera, e giacche da uomo, le giacche quadrettate degli anni 40. Aveva un aspetto molto sciolto. quasi noncurante. Esprimeva grande dignità, un sentimento che ha caratterizzato tutta la sua vita e che mi ha segnato. È stata lei a ispirarmi l’idea che etica ed estetica debbano essere l’una il riflesso dell’altra. Mio padre era un uomo taciturno, elegante con poco”.