Era il 1997 e da solo un anno ero stata incarica dal Corriere della Sera di seguire la moda. Venivo da altri mondi. L’unico nome (letteralmente) che conoscevo era quello di Giorgio Armani. O meglio, Emporio Armani: quello dei miei primi jeans, comprati nel 1982 quando lui era già un mito, mio, ma anche della generazione di mia madre, che collezionava i suoi completi. Tutto questo per dire — scusandomi per la personalizzazione — che al primo posto del “cosa resterà di Giorgio Armani” c’è la trasversalità generazionale, temporale e sociale che ha mantenuto e alimentato per cinquant’anni.