La pagina Facebook «Mia moglie» era una schifezza. Ma non è con il disgusto che si risolve il problema. Neppure con lo sdegno e le condanne morali, arrivate da molte donne. Dobbiamo metterci in testa che questi comportamenti, per qualcuno, sono un affare. Chi crea certe pagine social e certi siti web sa di poterlo fare. Le piattaforme vogliono traffico, che porta soldi. L’eccesso, la provocazione e l’umiliazione sessuale ne producono in abbondanza.
Non potendolo dirlo apertamente, i giganti del web si sono inventati paladini della «libertà di espressione». E l’amministrazione Trump è dalla loro parte. Ogni tentativo di regolare la rete e i social viene etichettato come «censura». Eravamo increduli quando il vicepresidente JD Vance, a Monaco di Baviera, in febbraio, ha accusato l’Unione europea d’essere ostile alla democrazia. Ma era solo l’inizio. Ogni regola per proteggere i cittadini online, per gli Usa, è un attacco alla libertà.













