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Ultimo aggiornamento: 8:00

La violenza sessuale digitale può avere impatti non meno forti di una violenza fisica. E non solo viene ancora sottovalutata, ma gli strumenti legislativi italiani non sono attrezzati per far fronte a quello che avviene sul web. Tanto che chiuso un gruppo o un forum, ce ne sono ancora altre decine dove si ripetono gli stessi atti. “Già nel 2019 denunciammo quello che succedeva sul sito Phica.net, ma nessuno fece niente”, racconta a ilfattoquotidiano.it Silvia Semenzin, sociologa e attivista che lavora per la ong Ai Forensics e da anni si batte per la sensibilizzazione sulla violenza di genere online e non solo. Autrice insieme a Lucia Bainotti di “Donne tutte puttane” (Durango edizioni), sei anni fa è stata tra le principali promotrici della legge che ha introdotto il reato di Revenge Porn. Ora chiede che almeno le istituzioni si rendano conto del problema e inizino a parlarne.

Il gruppo Mia Moglie è stato creato su Facebook nel 2019. Il sito Phica esisteva da 20 anni. Perché se ne parla solo ora?

In realtà c’è una regolarità. Tendenzialmente sono le attiviste che si infiltrano, mai le istituzioni, ed espongono questi tipi di gruppi. In passato ci sono stati due grossi casi di Telegram, uno nel 2019 e l’altro nel 2021. Poi c’è stata una lunga pausa, coincidente anche con l’arrivo del governo Meloni. A scuotere l’opinione pubblica stavolta è il fatto che questo gruppo fosse su Facebook: di solito sono più nascosti, invece qui tutti sono entrati e vedere con i loro occhi. Però il fenomeno non è un’urgenza del momento.