È poco produttivo piangere sul “latte versato”. Sia ben chiaro: la Conferenza di Ginevra sul Plastic Treaty doveva sancire un accordo globale ed è fallita. Le responsabilità, grandi come montagne, ricadono sui produttori di petrolio, a partire dall’Arabia Saudita, che prevedibilmente hanno fatto affossare l’accordo sostenuto da quasi tre quarti dei Paesi partecipanti (su 184).
A questi Paesi, che hanno lucrato e lucrano sulla plastica come derivato del petrolio, forse non interessa niente del futuro dell’umanità e dello squallore delle plastiche nei mari. Ma questo non significa che l’avranno vinta, anche perché in qualche modo dovrebbero rispondere di “crimini verso il Pianeta e le future generazioni”. Non molliamo, sapendo che i numeri, finché qualcuno avrà la forza di calcolarli e pronunciarli, sono “macigni” a favore della verità.
Ogni anno si producono 460 milioni di tonnellate di plastica e di queste almeno 10 milioni finiscono in mare. Si stima che negli oceani vi siano depositati più di 130 milioni di tonnellate di plastica e si prevede (Fondazione Ellen MacArthur) che, se continua così, attorno al 2050 negli oceani ci saranno più plastiche che pesci e creature marine. Nel 2050, appunto, se non si pone un limite alla produzione di plastica (imballaggi e prodotti monouso), la plastica prodotta passerà dagli attuali 460 milioni di tonnellate a circa 884 milioni, con fonti che, più pessimisticamente, prevedono addirittura oltre 2 miliardi di tonnellate.













