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9 AGOSTO 2025

Ultimo aggiornamento: 9:14

È partita male, rischia di finire peggio. Si affievolisce, infatti, la speranza che l’ultima fase dei colloqui sul Trattato delle Nazioni Unite sulla plastica iniziati a Ginevra, in Svizzera e in programma fino al 14 agosto, porterà davvero a un patto globale incisivo ed efficace per affrontare l’urgente problema dell’inquinamento da plastica. Sotto l’egida dell’Onu e dopo tre anni di trattative, i rappresentanti di 184 Paesi hanno una manciata di giorni di tempo per arrivare a un testo legalmente vincolante. Si stima che ogni anno nel mondo vengano prodotte oltre 460 milioni di tonnellate di plastica, di cui circa il 75 per cento finisce tra i rifiuti, invadendo oceani ed ecosistemi. E, secondo l’Onu, la produzione annuale potrebbe raddoppiare fino a 884 milioni di tonnellate nel 2050. Ma, secondo alcune stime, potrebbe anche triplicare fino al 2060. Eppure molti i fattori che sembrano remare contro, per l’Europa anche i dazi Usa al 15% sui prodotti commerciali esportati potrebbero essere un problema. Alla fine di luglio, poi, gli Stati Uniti hanno inviato lettere a un gruppo di Paesi, esortandoli a respingere l’obiettivo di un patto globale che includa limiti alla produzione di plastica e agli additivi chimici. Di fatto, a Ginevra, c’è un blocco di Paesi che su questo punto è irremovibile. Non solo: oltre 200 lobbisti del settore industriale stanno partecipando alla riunione, una ventina dei quali fanno parte delle delegazioni nazionali di Egitto, Kazakistan, Cina, Iran, Cile e Repubblica Dominicana. D’altro canto, oltre il 99% della plastica deriva da sostanze chimiche provenienti da combustibili fossili. Tradotto: se da un lato le aziende dell’oil&gas sono linfa vitale per la produzione di plastica, quest’ultima a sua volta ha mantenuto in vita in modo particolare il settore petrolifero, anche in tempi più favorevoli alla decarbonizzazione. Tutto questo ha sempre pesato, anche nelle altre cinque sessioni che si erano tenute finora.