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26 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 17:34

Dopo quattro anni e 130 udienze, la sentenza Miteni dà un nome alla più ampia contaminazione da Pfas registrata finora in Europa. Descrive responsabilità e ruoli nella diffusione degli inquinanti eterni. È un punto di arrivo, ma per molti versi è soprattutto un punto di partenza. Anche per le altre inchieste, processi, monitoraggi scattati in ritardo ma tuttora in corso in Italia. Sono passati quattordici anni dalla primavera del 2011, quando gli scienziati Sara Valsecchi e Stefano Polesello dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr, iniziarono una raccolta di campioni in alcuni fiumi che li avrebbe portati fino al Vicentino, nell’area dell’azienda chimica Miteni di Trissino. Trovarono concentrazioni così elevate di Pfas che i valori erano persino fuori scala rispetto a quelli fino a quel momento disponibili nella letteratura scientifica. Da allora è accaduto di tutto, ma sono stati pochi i passi avanti fatti per davvero. L’altra vicenda giudiziaria, quella che coinvolge l’ex Solvay di Alessandria, oggi Syensqo, sembra essersi arenata dopo una serie di rinvii. Poche settimane fa, invece, proprio la scienziata Valsecchi, insieme a colleghi provenienti da tutto il mondo, ha segnalato i tentativi di modificare la definizione chimica degli inquinanti eterni e anche l’attuale governo italiano procedere in Parlamento a passi lentissimi, dopo i clamorosi ritardi del passato. Proprio da Vicenza (e da una storia che nasce alla Miteni) è arrivata però un’altra sentenza storica, perché per la prima volta un tribunale ha collegato direttamente il decesso di un lavoratore all’esposizione agli inquinanti eterni.