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Ultimo aggiornamento: 12:32

La sentenza della Corte d’Assise di Vicenza che riconosce il reato di disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque e prescrive condanne tra gli 11 e i 17 anni ai vertici della Miteni è prima di tutto una vittoria dei cittadini e, in particolare, delle Mamme no Pfas e dagli ambientalisti, che si sono costituiti parti civili e hanno riempito l’aula. Si sono commossi e hanno accolto il verdetto con un lungo applauso liberatorio. Il presidente del Veneto, Luca Zaia, dice che fu proprio la Regione, su suo mandato “nel 2013, a segnalare per prima alla magistratura gli effetti gravissimi e irreversibili dell’inquinamento da Pfas”, ma la contaminazione fu accertata dopo che, a maggio 2011, per la prima volta i ricercatori Cnr-Irsa Stefano Polesello e Sara Valsecchi entrarono in Miteni, raccogliendo campioni di acque di scarico. E da allora sono passati tanti anni e tanti errori. Basti pensare che cinque anni prima, a marzo 2007, al ministero dell’Ambiente e all’Istituto Superiore di Sanità (Iss) era arrivata una mail da parte del professore Michael McLachlan, docente di Chimica dei contaminanti dell’Università di Stoccolma che, nel corso di uno studio, aveva registrato nel fiume Po, all’altezza di Pontelagoscuro in Emilia Romagna, 200 nanogrammi per litro del cancerogeno Pfoa, contro una media europea di 30.