Nel suo secondo mandato un Donald Trump molto più interventista, autoritario, imperiale, ha incassato in varie parti del mondo delusioni e sconfitte impreviste che gli hanno reso sempre più difficile applicare le tre regole attorno alle quali, in gioventù, il suo temperamento è stato plasmato dal suo mentore, Roy Cohn: attacca sempre, non fare mai ammissioni, dichiarati ogni volta vincitore.

Dai dazi (imposti, sospesi, rilanciati, rinviati e uno scontro con la Cina concluso con un accordo vantaggioso per Pechino) all’Ucraina (col presidente costretto a dire che quando prometteva la pace in 24 ore, scherzava), passando per i tentativi falliti di ottenere un cessate il fuoco a Gaza, Trump ha dovuto ricorrere ad acrobazie dialettiche per nascondere l’inefficacia delle sue mosse: riflesso anche del ridimensionamento del potere degli Stati Uniti accentuato da una logica America First che inevitabilmente cambia il ruolo della superpotenza.

Sulla guerra tra Israele e Iran, però, il presidente è oramai al momento della verità, non può più sostenere tutto e il contrario di tutto come ha fatto fin qui. Ora è agli ultimatum che preludono all’intervento militare Usa che pure lui aveva giurato di voler evitare.