Donald Trump ha chiesto la resa incondizionata dell’Iran, siamo di fronte a un altro balzo della storia. Di dritto e di rovescio è finita l’era in cui gli Stati Uniti appoggiavano Israele ma cercavano una mediazione con il regime teocratico di Teheran. I grandi errori del passato (a cominciare da quelli di Obama) sono venuti al pettine della storia. Trump è imprevedibile, ma è chiaro che la postura dell’America in Medioriente è cambiata, segue il filo logico degli Accordi di Abramo, cerca la stabilità nel Golfo, ha un legame diretto con l’Arabia Saudita e vede nel cambio di regime in Iran un’opportunità per stabilizzare la regione e avviare un’altra era.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la leadership di Benjamin Netanyahu, leader di guerra, dato per finito tante volte e oggi comandante in capo di una forza di cambiamento storica. Da tempo mi chiedevo quanto sarebbe durata la teocrazia iraniana e quando sarebbe stato sferrato l’attacco. La strage degli ebrei del 7 ottobre 2023 ha innescato il Big Bang, indietro non si torna, Khamenei è già il passato, l’ombra di un assassino, la sinistra presenza dello sterminio. Non la preghiera, ma la sua mano che accarezza il fucile, questa è l’immagine della sua eredità. Gaza, Beirut, Damasco, Sana’a, Teheran, sono i pezzi sulla scacchiera che sono caduti per mano di Israele. Il cancelliere tedesco Merz ieri ha detto la verità, ha affermato che Israele ha fatto il lavoro che avrebbe dovuto caricarsi sulle spalle l’intero Occidente. È un passo avanti ma non basta, perché in Canada abbiamo visto un G7 che insegue la storia e non la fa, chiede una de-escalation che non è possibile nel momento in cui c’è la possibilità di abbattere un regime che sognava un nuovo Olocausto, la fine degli ebrei e di tutti gli “infedeli”.
















