Se è vero che esistono momenti decisivi che segnano il destino di una presidenza, queste ore per Donald Trump possono rappresentare una circostanza del genere. I critici pregiudiziali di Trump non hanno dubbi: ancora una volta – dicono – l’inquilino della Casa Bianca si muove in modo disordinato e casuale, come un centravanti un po’ disperato che cerchi un gol a caso. Non è riuscito nella trattativa tra Russia e Ucraina? Era stato esitante ed enigmatico rispetto ad altre iniziative di Benjamin Netanyahu? Ma stavolta – ecco la tesi degli antitrumpisti – vedendo una vittoria a portata di mano, ci si butta sopra in fretta e furia. E dunque si prepara ad aggiungere il proprio peso all’azione di Israele, vedremo in che forma: forse limitandosi a contribuire alla distruzione dell’impianto nucleare di Fordow, forse in altro modo addirittura più impegnativo. Tutto questo, sempre secondo gli avversari del trumpismo, con un presidente incurante delle conseguenze, poco attento al “post”, scarsamente riflessivo sul rischio che l’incendio bellico possa propagarsi o finire fuori controllo. Al punto da trascurare perfino lo spaesamento della parte più isolazionista e meno interventista del mondo Maga: quelli che si erano abituati all’idea di un Trump desideroso di uscire dalle “guerre infinite” altrui, e non disposto a infilarsi in altre avventure belliche.
Donald Trump e l'Iran: cosa vuole davvero (e cosa rischia) | Libero Quotidiano.it
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