Mettiamola così: difficile immaginare che, giunti a questo punto, Donald Trump decida di stare fuori dalla partita. C’è un’esigenza tattica e una strategica in questo: debbono quindi essere considerate entrambe se vogliamo provare a intuire cosa accadrà. Quella tattica è tutta legata alla scena che abbiamo visto al tradizionale appuntamento del G7, esattamente il tipo di foro che il Presidente americano detesta. Indipendentemente dai buoni rapporti con Giorgia Meloni o da quelli pessimi con Emmanuel Macron, quella sede, tutta parole misurate, diplomazia e politica, esprime esattamente ciò che alla Casa Bianca è visto come fumo negli occhi, cioè la tendenza delle democrazie ad affrontare le crisi con fiumi di parole di buona volontà. Quella strategica è però assai più impegnativa, perché vede il Presidente americano davanti ad un bivio: attendere gli sviluppi dell’azione israeliana, fornendo supporto dietro le quinte e garantendo sostegno politico verso tutti gli attori interessati, oppure scendere in campo tentando di assestare il colpo finale, quello in grado di attivare il percorso di cambiamento radicale. Sappiamo alcune cose per certo, che servono a condurci per mano nell’analisi.