Militarmente è tutto pronto. Le forze sono sul posto, le opzioni alternative con i relativi piani operativi sono sul tavolo. Ora spetta a Donald Trump chiarire che cosa intenda fare. Egli afferma di voler negoziare e dice di ricevere segnali positivi da Teheran. C'è però qualche incertezza su quale sia l'oggetto del negoziato. Se è quello più alto, che include oltre al programma nucleare anche gli armamenti missilistici e i rapporti dell'Iran con Hezbollah in Libano e Siria, Hamas tra i palestinesi e gli Houthi nello Yemen, non sembra che l'ayatollah Ali Khamenei e il suo governo siano d'accordo.

Se invece ci si limitasse agli aspetti nucleari, la cosa potrebbe cambiare, ma in compenso crescerebbero le obiezioni di Israele. Certamente nessuno, né a Washington né tra gli alleati degli americani nel Golfo, accetterebbe una soluzione che possa apparire come un successo iraniano e che quindi potrebbe essere sfruttata da Teheran per recuperare il prestigio e l'influenza persi in questi ultimi mesi. Israele in pubblico tace, ma in privato sta moltiplicando gli incontri con l'Amministrazione Trump. La preoccupazione israeliana è quella di evitare un intervento troppo debole per riuscire ad impedire la reazione iraniana. Già dopo i bombardamenti congiunti israelo-americani contro i laboratori nucleari iraniani, lo scorso anno, Teheran lanciò centinaia di missili contro Israele. La maggior parte venne intercettata, ma alcuni forarono le difese e fecero 28 morti a Tel Aviv. Questa volta la reazione potrebbe essere più intensa, anche perché il regime si sente più debole internamente.