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30 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 11:36

L’armada di Donald Trump sembra pronta ad attaccare l’Iran, ma il tycoon ne farebbe a meno, se solo arrivasse qualche segnale di “buona volontà” da Teheran, specialmente sul nucleare. Un segnale che potrebbe arrivare oggi dalla Turchia. Il presidente americano ha infatti incaricato Ankara – che ha il secondo esercito per numero di soldati e droni della Nato – di tentare una mediazione. La Turchia, Paese musulmano non arabo confinante con l’Iran e con più di 80 milioni di abitanti, non si è fatta pregare e ha subito accettato l’incarico. Lo ha fatto da una parte per contraccambiare il favore di Trump, che sta sostenendo l’ex tagliagole jihadista al Jolani oggi presidente ad interim della Siria con il nome originale di Ahmed al Shaara, in realtà un burattino nelle mani dell’autocrate turco Recep Tayyip Erdogan, dall’altra per sfoggiare il proprio ruolo di potenza regionale, e, ultimo ma non ultimo, per vantare un credito con Teheran sulla questione curda.

Ieri il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha incontrato Tom Barrack, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia nonché l’inviato del presidente degli Stati Uniti per la Siria. Colui che ha reso pubblica la volontà di Trump di tradire i curdi del Rojava, l’amministrazione autonoma democratica, comunitaria e confederalista del nord-est Siria, alleata degli Usa contro l’Isis fino all’offensiva dell’esercito nazionale di al-Sharaa partita a metà gennaio. Trump non ha avuto alcuna remora nel lasciare Kobane e il resto del Rojava assediato dalle milizie jihadiste siriane e turche che stanno osservando in modo molto blando, per usare un eufemismo, il cessate il fuoco e hanno ridotto il Rojava a un’area ormai molto limitata e costretto i suoi difensori, le Syrian Democratic Forces, a ripiegare.