di Pierguido Iezzi*

L’ingenuo entusiasmo con cui l’uomo contemporaneo accoglie l’intelligenza artificiale, assurta a oracolo della Sibilla dei nostri tempi, è simile al trasporto incondizionato con cui all’inizio del millennio ci si tuffò nel mare magno di internet, trovandosi ben presto in difficoltà per non averne saputo valutare la forza impetuosa delle correnti e gli improvvisi abissi vorticosi. Evocata ovunque, spesso incompresa, la IA viene percepita come una creatura mitologica, capace di affascinare, spaventare e intrattenere, senza pensare che, come moderna gorgone, possa pietrificare chi ne incrocia lo sguardo. Osservandola acriticamente, si rischia di essere come lo stolto che, nel proverbio cinese, fissa il dito quando il saggio indica la luna.

Stiamo infatti parlando di un tessuto connettivo invisibile che sta ridisegnando ogni ambito dell’esistenza umana. È già ben presente in molti ambiti: dentro i processi aziendali, i motori di ricerca, le decisioni finanziarie, i sistemi di sicurezza, i flussi logistici, perfino nella diagnosi medica o nei consigli musicali che riceviamo nelle varie app utilizzate. E la sua evoluzione non si ferma alla generazione di testi o immagini: è la porta di ingresso verso una rivoluzione più profonda e radicale.