Sulle pagine del New York Times è stato pubblicato un interessante commento di Tressie McMillan Cottom, una sociologa e docente statunitense, sull’impatto sociale delle intelligenze artificiali che ci sembra molto interessante. McMillan Cottom sottolinea un elemento fondamentale: un’innovazione che non tenga conto dell’unica vera piattaforma abilitante, l’uomo, non sembra essere capace di portare vero sviluppo. Proviamo a seguire, in un ideale dialogo a distanza, alcune sue riflessioni per porci, come nostro solito, in una posizione di frontiera.
Di fatto, seguendo la narrativa maggiore che troviamo sui media, sembrerebbe che l’Ai sia destinata a produrre un’inevitabile trasformazione sociale che può avere contenuti maggiormente utopici o distopici a secondo del commentatore di turno. Tuttavia, guardando anche a quelle che sono le caratteristiche del nostro convivere sociale, un’intera parte del discorso che dovrebbe accompagnare questo tipo di trasformazioni sembra essere assente. Concordo profondamente con le osservazioni di McMillan Cottom nel vedere come oggi il vero pericolo risieda forse in una sorta di miopia strategica, in un’eccessiva fiducia nelle capacità dell’Ia di sostituire, e non semplicemente affiancare, l’intelligenza e l’esperienza umana. L’entusiasmo per l’Ia rischia di oscurare un aspetto fondamentale: la capacità di porre le domande giuste, di interpretare contesti complessi, di innovare attraverso la comprensione profonda della realtà. Gli economisti Acemoglu e Restrepo hanno evidenziato come molte delle tecnologie etichettate come “innovative” siano in realtà orientate alla sostituzione di mansioni “a basso valore”, con il potenziale di ridurre i salari e di polarizzare ulteriormente il mercato del lavoro: la promessa di un’automazione diffusa, sebbene allettante in termini di riduzione dei costi, potrebbe portare a una svalutazione delle competenze umane e a una contrazione della domanda di lavoro qualificato.







