Uno studio pubblicato da Apple, intitolato «l’Illusione del pensare», ridimensiona le attuali capacità di ragionamento delle intelligenze artificiali di OpenAI e concorrenti, rispetto alle promesse dei loro creatori.

E ci riporta all’annoso quesito: questi modelli saranno mai in grado di pensare in modo autonomo? Il mercato intanto scalpita e parla già di una «super intelligenza artificiale», più intelligente dell’uomo. Secondo Sam Altman, ad di OpenAI, «l’umanità è vicina a costruirla».

Ci crede anche Mark Zuckerberg: per partecipare alla corsa che lo vede un po’ in affanno, ha investito 14,8 miliardi di dollari nella startup Scale AI, e nel suo co-fondatore Alexandr Wang, che entra in Meta. Proprio la startup offre una risposta: deve il suo valore da 29 miliardi all’«apprendimento per rinforzo da feedback umano». Nella pratica: a fare la differenza sono più di 100mila persone a cui Scale AI ha affidato il compito di indirizzare e correggere i modelli. Segnalano la presenza di oggetti nelle foto o classificano le frasi secondo il tono. Etichettano, puliscono i dati grezzi, organizzano le informazioni (token è il termine corretto), rendendole «digeribili».Insomma: tra la retorica e i reali meccanismi che fanno funzionare l’AI c’è una distanza notevole. L’autonomia è lontana — anche a livello di addestramento e supervisione: per migliorare il presente e puntare a un futuro «super» non si può prescindere da occhi e cervelli umani.