Inseguendo microcosmi di territorio reagenti al salto d’epoca ti ritrovi a raccontare i festival in una geografia dei grandi eventi che interrogano sull’intimità dei nessi tra rappresentanza e rappresentazione. È la società dello spettacolo che si fa realtà aumentata dilagante nell’eventologia da intelligenza artificiale? O è la metamorfosi di una crisi della rappresentanza degli interessi e delle passioni che carsicamente fanno condensa in oasi di rappresentazione della società resiliente? Risposta da cuneo riflessivo del direttore del recente Festival dell’Economia del Sole 24 Ore definito «una Davos di popolo».

A proposito del prossimo festival di Symbola nel fine settimana a Mantova, mi sono interrogato sul senso e il significato di questo festival che da 20 anni convoca «una ecologia di popolo». Rileggendomi il manifesto di Ravello (2004): «Non si può prescindere dal riconoscimento e dalla valorizzazione del capitale sociale, dei talenti custoditi nelle pieghe del territorio e nel fitto tessuto delle comunità». Territorio-comunità come parole chiave di mobilitazione di una coscienza di luogo, di un volgo disperso da chiamare a raccolta facendo seminario estivo (2005) per assumere voce nella transizione ecologica. Erano forti i richiami del ‘900 di quotarsi nel mercato della politica per avere voce invece di inoltrarsi nel lungo e incerto cammino di una crisi della rappresentanza con la parola leggera del fare festival. Ne ho sempre discusso con Ermete Realacci fondatore e anticipatore con Lega Ambiente di questo nodo politico e con Assunta e Fabio Renzi suoi sodali nel tessere e ritessere nelle pieghe del territorio e dei parchi, il divenire di un attraversamento possibile dall’utopia della “terra promessa” al chiedere l’eterotopia di una “terra permessa”. Da allora ad oggi questo chiedere la terra permessa come bene ecologico per avere la terra promessa di un altro modello di sviluppo ha sempre sincreticamente caratterizzato Symbola. Già nel suo denominarsi Symbola - da symbàllò, metto assieme - era chiaro l’incamminarsi praticando l’insegnamento di Alexander Langer «la conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile». Un cammino partendo dal margine riflessivo di piccoli comuni, borghi di vite minuscole dell’abbandono e poche cose che presidiano le grandi risorse del nuovo secolo: acqua, boschi, aria, che ci mancavano nel Covid esploso nello spazio concentrazionario. Con seminari che guardavano indietro per manutenere e preservare, ma camminando come chierici interroganti quelli delle tante e grandi cose che si producono nei distretti e nelle filiere del Made in Italy in metamorfosi, guardando agli annunci roboanti e regolanti che planavano dalla grande Bruxelles. Facendo dei festival un appuntamento da ecologia della mente da Sym- ballo e sballo per raccontare il fosse possibile «tenere assieme coesione sociale e competizione, tecnologie avanzate e saperi tradizionali, e affrontare le sfide globali partendo dalla forza dei territori». Visione che ha ispirato l’eterotopia del manifesto di Assisi: un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica con adesione e firme di una carovana territoriale che partendo allora da Ravello, aveva attraversato l’Italia di Mezzo fermandosi nell’emblematica Treia per arrivare a Mantova, città snodo di quella piattaforma della cappa Padana ove più che altrove si produce per competere.