Se solo potessimo chiedere al visionario “Dippold, l’ottico” (personaggio dell’Antologia di “Spoon River”, di Edgar Lee Masters) di procurarci nuove lenti attraverso cui poter vedere e comprendere il mondo in tutta la sua complessità saremmo a cavallo. In un’epoca segnata da crisi multiple — ambientali, sociali, politiche, educative — siamo chiamati a ripensare radicalmente il nostro modo di guardare il mondo. Non basta più aggiustare i vecchi modelli: serve un cambiamento di paradigma. È qui che entra in gioco la scienza della complessità, una rivoluzione culturale prima ancora che scientifica, per la quale a far da tappa è il libro “La sfida della complessità”, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti.

Un volume uscito in una nuova edizione, che raccoglie i pensieri scritti di molti studiosi di diverse discipline e che mi ha dato l’occasione di conversare a lungo e con piacere con il filosofo Mauro Ceruti, professore emerito e Direttore del Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi presso l’Università IULM di Milano. Per secoli abbiamo interpretato la natura come una macchina perfetta, fatta di ingranaggi misurabili e prevedibili, e il pensiero cartesiano e la fisica di Newton ci hanno fornito un linguaggio potente per spiegare il mondo, ma – dice Ceruti – “la natura non è necessariamente un meccanismo perfetto”. E oggi quello stesso linguaggio si rivela inadatto a comprendere fenomeni globali come il cambiamento climatico, le pandemie o le dinamiche economiche e sociali globali.