Lewis Mumford, sociologo tra i migliori del Novecento, ci ha insegnato a distinguere tra “utopia della fuga” e “utopia della ricostruzione”. La prima somiglia al velleitario costruire castelli in aria, finendo per lasciare il mondo com’è. La seconda, invece, cerca di cambiarlo, preparando strumenti e metodi per definire un migliore futuro. Non è affatto detto che questa utopia del pensiero positivo abbia successo. Ma almeno indica l’orizzonte verso cui camminare, l’impegno, la speranza.
La lezione di Mumford torna in mente leggendo le sapide pagine di Giuseppe Lupo su “Storia d’amore e macchine da scrivere” (Marsilio), un romanzo che ha come protagonista un giovane scienziato sottratto fortunosamente ai rischi della repressione sovietica nella Budapest del 1956, (grazie anche all’avvio d’una grande avventura d’amore) e poi costretto “a giocare una partita a scacchi contro gli imprevisti della storia” con una “odissea” che lo porta a Praga, Amburgo, Milano, Ivrea e Palo Alto e, di stazione in stazione, di ricerca in ricerca, lo fa diventare “il Vecchio Cibernetico”, noto in tutto il mondo, pronto a rivelare una sconvolgente scoperta tecnologica chiamata “Qwerty”, dalle lettere sulla prima riga della tastiera della macchina da scrivere (una Olivetti Lettera 22 è il talismano che si porta dietro, durante tutte le peregrinazioni).








