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A lungo firma del "Giornale" e presidente della Quadriennale, ci ha insegnato come "fare cultura"

Nel luglio scorso Valerio Berruti, artista gentile che vede il mondo attraverso gli occhi dei bambini, inaugurando una sua personale a Palazzo Reale a Milano ha voluto ringraziare pubblicamente Luca Beatrice: il primo ad aver creduto in lui tanto da chiamarlo nel 2009 ad esporre al Padiglione Italia della 53ª Biennale di Venezia. All'epoca Berruti aveva solo trent'anni anni, non aveva conoscenze nel mondo dell'arte ed era un signor nessuno. «Questa mostra - ha detto Berruti presentando il suo lavoro a Milano - è in qualche modo figlia anche di Luca».

Domanda. Quanti sono gli artisti «figli di Luca» sui quali Beatrice ha scommesso, che ha spinto e per i quali si è speso? Quante sono le mostre che ha curato e voluto? Quante mostre e quanti artisti sono, con differenti gradi di parentela, discendenti di Luca Beatrice? Sono molti a dovergli molto. Soprattutto tanti alfieri della «nuova pittura italiana» spesso figurativa e pop - da lui cercata, seguita e difesa con passione fin dai primi anni Novanta. Nomi in ordine sparso. Nicola Verlato, Daniele Galliano, Marco Cingolani, Pier Luigi Pusole, Davide Nido, Francesco De Grandi, Davide Serpetti e poi già affermati ma molto amati e appoggiati da Luca Beatrice - Luca Pignatelli, Marco Lodola, Salvo. Ma anche lo scultore Aron Demetz, artisti digitali come Matteo Basilé, video come Masbedo, Francesco Vezzoli... Bisognava essere coraggiosi, estrosi e «politici» per puntare su certi artisti e su certe tendenze in quel momento.