Genova è città per “metanauti” oltre l’origine etimologica di navigatore dell’oltre per quel “meta-“ e “nauta” che collegano nei secoli Eraclito e Platone della realtà multilivello a Philip Dick del cosa è reale passando per il noumeno di Kant, la realtà come informazione di Wiener e i livelli di realtà di Hofstadter nella narrazione del 1979 intitolata “Godel, Escher, Bach” ispirata a Lewis Carrol. Metanauti è un termine che intendo usare in modo concreto. È considerato un neologismo usato a tratti nella letteratura di fantascienza dagli anni ‘90 e risuona con la trama dell’avvincente ultimo romanzo di Dan Browne, L’ultimo segreto (Rizzoli, 2025) per quell’idea di conoscenza collettiva, non necessariamente locale, che ci fa intravedere cose nuove che per diversi motivi, non sempre riusciamo a mettere a fuoco.
La concretezza che intendo è quella di coloro che nei laboratori di ricerca genovesi, ovviamente non solo in quelli, esplorano nuove frontiere attraversando confini tra discipline, unendo fisica, biologia, filosofia, arte e tecnologia, muovendosi tra una scala atomica e macroscopica del vivente e di ciò che gli sta attorno. Oggi il termine metanauti lo vorrei dedicare a Paolo Odone, ricordato come costruttore di ponti da Carlo Sangalli e Alessandro Cavo nel festeggiamento per gli 80 anni di Confcommercio, e a Beppe Pericu, sindaco di Genova, di cui sarebbe stato prossimo l’88esimo compleanno. Il ponte che hanno costruito, attraversato dai metanauti che vivono la città tra l’Università e gli istituti di ricerca, aveva come solide fondamenta la curiosità e le domande che questa innescava unite alla spinta, che sapevano dare per trasformarle in opportunità concrete a favore della collettività.






