Cambia l’ambientazione, dal futuro senza tempo di Titane a un passato altrettanto indeterminato (gli anni dell’Aids?) ma Julia Ducournau non cambia le sue ossessioni: con Alpha la regista-sceneggiatrice è ancora alle prese con un’idea di femminilità ossessiva e sacrificale dove un’infermiera (Golshifteh Farahani) si divide tra le preoccupazioni per la figlia Alpha forse infettata per via di un tatuaggio, il fratello tossicomane e auto-distruttivo e la cura dei contagiati, la cui malattia indurisce la pelle come fosse marmo. La storia non si preoccupa delle inverosimiglianze e anzi sembra volerle sfruttare con inspiegati salti cronologici per trascinare lo spettatore in un’atmosfera di angoscia dove la paura collettiva del contagio (attraverso il sangue, come per l’Hiv) fa uscire il peggio, riti magici compresi. E in nome di un finale all’insegna del pulvis es et in pulverem reverteris (polvere sei e in polvere ritornerai), continua a proporci simbologie a buon mercato con uno stile più velleitario che provocatorio.
«Alpha» (voto 4): la paura del contagio ai tempi dell’Aids
Il film di Julia Ducournau non si preoccupa delle inverosimiglianze e anzi sembra volerle sfruttare con inspiegati salti cronologici









