L'abito fa il monaco? Il vecchio adagio per il quale l'immagine che una persona, un professionista, offre di sé, possa essere giudicata irrilevante rispetto ai contenuti che questi esprime, lascia perplessi nel momento in cui dalla superficie ci si spinge in profondità. Quel decoro e immagine professionale che la compagine infermieristica fatica ancora duramente a conquistare, tanto all'interno dell'enclave professionale, quanto all'esterno, lo dimostra ed è confermata dalla percezione dai contorni sbiaditi che la società ne rivela.

L'immaginario che emerge dai libri

“Non ho mai ricevuto tanti messaggi, al massimo un paio a settimana, qualcuno di passaggio a Milano o Cristina, una paffuta ragazza di Martina che a Milano studia per diventare infermiera e con cui sono andato un paio di volte ai party del giovedì sera”. “Perché si studia per imparare a fare un'iniezione?”. “Molto più che per rimanere tale e quale” (“È proibito amare” di Mario Desiati). Nonostante vi sia profonda confusione nell'immaginario della società circa il ruolo, le competenze e il percorso di studi che le professioni infermieristiche intraprendono, gli scrittori paiono tutti avere, in proposito, idee molto chiare. Il fatto è che il termine infermiere nel racconto include tutti coloro che non sono eletti al rango di medico. Tutti, ma proprio tutti. Parrebbe quasi necessario poi, per molti scrittori, descrivere una certa corporeità per gli infermieri, sottendendo l'indispensabile requisito della fisicità per svolgere un “mestiere” che richiede braccia possenti e talvolta qualche capacità cognitiva.