Roma - Da una parte le trattative difficili con il governo italiano e le interlocuzioni diplomatiche, dall'altra la navigazione che continua, accorciando man mano le distanze tra la Sumud Flotilla e la destinazione di Gaza. Le 42 imbarcazioni umanitarie che hanno deciso di proseguire verso la Striscia navigano al momento ancora in acque internazionali e prevedono di arrivare giovedì prossimo: un lasso di tempo in cui sarebbe ancora possibile trovare un accordo per deviare la rotta. È per questo che gli incontri della delegazione degli attivisti a Roma si moltiplicano con le ore, anche attraverso la mediazione con il Vaticano, mentre la premier Giorgia Meloni sente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, affrontando le questioni della situazione del Medio Oriente e in particolare di Gaza. Nelle stesse ore l'ambasciatore italiano in Israele, Luca Ferrari, è stato invece ricevuto dal presidente della Repubblica, Isaac Herzog. A ribadire le proprie preoccupazioni è anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, il quale ha convocato alcuni membri del Global movement to Gaza, capitanati dalla portavoce italiana Maria Elena Delia, che nelle scorse ore aveva già sentito al telefono il capo della Farnesina, Antonio Tajani. "È fondamentale che il vostro impegno non si traduca in atti che non porterebbero ad alcun risultato concreto, ma che al contrario rischierebbero di avere effetti drammatici con rischi elevati ed irrazionali", ha detto Crosetto agli attivisti, incontrati nella caserma dei carabinieri della zona San Pietro, avvertendoli: "Qualora la Sumud Flotilla decidesse di intraprendere azioni per forzare un blocco navale si esporrebbe a pericoli elevatissimi e non gestibili, visto che parliamo di barche civili che si pongono l'obiettivo di 'forzare' un dispositivo militare", ha specificato il ministro alludendo al rischio di abbordaggio delle forze dell'Idf nel caso le imbarcazioni dovessero trovarsi a fronteggiare il blocco navale. Lo sforzo delle istituzioni, "affinché prevalga il senso di responsabilità", è massimo, ma al momento non sembrano esserci spiragli per l'apertura di nuovi corridoi umanitari, così come chiedono gli equipaggi della flotta. "La priorità è aiutare realmente la popolazione di Gaza, attraverso i canali umanitari e diplomatici, tutti già attivi", aggiunge il titolare della Difesa che poco dopo registra la risposta ufficiale della stessa portavoce degli attivisti: "La missione va avanti e continua verso Gaza. Noi navighiamo in acque internazionali nella piena legalità. Questa è la nostra responsabilità", dice Delia dopo l'incontro, specificando che in queste ore il movimento è in una fase di ascolto. La delegazione ha infatti incontrato anche la leader dell'opposizione Elly Schelin al Nazareno. Le istituzioni non demordono e, supportate dalla Chiesa che media sottotraccia, continuano a sollecitare la proposta dell'intervento del Patriarcato latino di Gerusalemme, che prevede l'arrivo della flotta a Cipro, da cui lo stesso patriarca Pierbattista Pizzaballa garantirebbe il trasferimento dei carichi di cibo nella Striscia attraverso il porto di Ashdod in Israele. Ma di fronte allo stallo il governo di Netanyahu attacca: "La flottiglia ha respinto l'ennesima proposta di scaricare gli aiuti in maniera pacifica dopo averne respinto altre due israeliane. Più chiaro di così non si può: questo non ha nulla a che vedere con gli aiuti, si tratta solo di provocazione e di servire Hamas", afferma il ministero degli Esteri israeliano. Intanto le navi della Flotilla si sono lasciate Creta alle spalle dopo una notte difficile per le condizioni del mare molto mosso. "Le imbarcazioni - spiegano - sono state monitorate da droni che, questa volta, si sono mantenuti alti senza alcun attacco". Non è escluso però che possa trattarsi di velivoli radiocomandati turchi, che monitorano la situazione, vista la vicinanza alle proprie coste. Anche gli equipaggi per il momento continuano ad essere seguiti a distanza dalla fregata della Marina militare italiana. La Flotilla si muove verso sud-est, in direzione di Gaza, avvicinandosi anche alle coste egiziane, dove - seppur lontana - resta l'ipotesi di un approdo alternativo a poca distanza dalla Striscia che possa permettere di scaricare a terra gli aiuti. I carichi verrebbero trasportati dai camion con altre organizzazioni che già operano sul territorio palestinese: questo comporterebbe un'apertura almeno temporanea di uno dei corridoi umanitari attraverso il valico di Rafah: l'opzione al momento però non è contemplata da Israele.

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