Lo avevamo scritto, Woman Unknown della regista May El-Toukhy, unico film diretto da una donna non poteva essere ignorato nell’edizione carica di polemiche (legittime) al riguardo. E' un film solido, ben diretto, che racconta una potente storia di riscatto e dignità nella Danimarca del dopoguerra: «Tutti sanno che fare film è un processo che richiede persistenza, sacrifici. Questo mio film parla del corpo della donna come campo di battaglia e racconta la storia delle donne invisibili e senza voce, volevo illuminare le donne sconosciute». Poi ringrazia la presidente di giuria Maggie Gyllenhall: «Fai luce alla mancanza di pari opportunità per le registe nel nostro settore». Standing Ovation per il Premio speciale della giuria a Naza, il film in assoluto più applaudito della 83ma Mostra, con 24 minuti ininterrotti di ovazioni. Troppo politico per vincere il Leone d’Oro, il documentario in cui a parlare del genocidio palestinese sui tetti di Tel Aviv è l’intelligence israeliana. «Non è facile per noi essere qui», dicono i registi, «stanno attaccando il nostro film senza neanche averlo visto. Gli israeliani in questi dieci giorni intanto hanno ucciso altri sei bambini, gli agenti dell’intelligence israeliana ci hanno parlato di questi attacchi sistemici basati sulla deumanizzazione dei palestinesi, tutto documentato». Ha ricordato poi i «più di 200 giornalisti palestinesi uccisi» e l’importanza che «gli israeliani vedano il film per rendersi conto con i loro occhi di quanto sta veramente accadendo». Il russo Dau vince il Leone d’Argento per la miglior regia: «Dedico il premio agli ucraini che stanno combattendo questa guerra terribile per la loro libertà, la loro pace e la loro vittoria. Io credo in loro». Il Leone d’Argento Gran premio della giuria va al coreano Possible Love, così Lee Chang-Dong: «Viviamo in un momento in cui il significato del lavoro va scomparendo così come la connessione umana, questo premio vuol dire che volete che continui a pormi il senso di queste domande». Come da previsioni trionfa poi John Malkovich, la Coppa Volpi è solo il primo dei numerosi premi che vincerà quest’anno per Wild Horse Nine come miglior protagonista: spunta in collegamento da remoto, ringrazia regista e colleghi, «soprattutto Sam Rockwell», si scusa «perché è a Montreal girare un altro film» e confessa di essere «onorato, perché questo premio è stato assegnato ad importantissimi attori». La Coppa Volpi alla miglior attrice invece non va all’Italia, ma alla danese Mathilde Arcel di Woman Unknown. L’attrice scoppia a piangere, prende la Coppa tra le lacrime e dice: «Fa anche rumore, è pesante, la poggio un attimo». Ringrazia, è il suo primo festival e il suo primo ruolo da protagonista: «Se fosse un sogno non voglio svegliarmi. La nostra è una storia complessa, raccontata con coraggio: un personaggio non facile da interpretare. Dedico il premio alle migliaia di donne nel mondo che hanno sofferto». Stéphane Brizé vince come miglior sceneggiatura per Un petit bon soldat, che elogia i suoi attori: «La divina Alba Rohrwacher che è geniale e ha una luce dentro di sé, e Vincent Lindon, è la quinta volta che lavoro con lui che è un grande attore, un amico, e un collega». Poi chiude sul politico, mettendo in guardia dal ritorno del fascismo. Il Marcello Mastroianni per il miglior talento emergente va all’attrice Malou Khebizi di 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn, sui disagi psicologici degli adolescenti, una performance esplosiva alla Ragazze Interrotte di Angelina Jolie: «La mia generazione cresce in un mondo che ci fa paura, ma questo film insegna che il gruppo è sempre più forte dell’individualismo». Ricordiamo infine i Leoni d’oro alla carriera di quest’anno, George Clooney e Ellen Burstyn, e il riconoscimento come miglior attore a Riccardo Scamarcio, che vince come miglior protagonista per la performance matura nei panni del tenero padre di un figlio disabile che è anche uno zio fiero di un aspirante biker in I figli della scimmia, opera prima notevole di Tommaso Landucci in concorso nella sezione Orizzonti, che ha vinto anche per la sceneggiatura, firmata dallo stesso Landucci con Damiano Femfert. Un film tutt'altro che facile, toccante e colmo di umanità.