Leone d’oroCon il Leone d’oro a Woman unknown la giuria guidata da Maggie Gyllenhaal è riuscita in un compromesso da capolavoro, mettendo insieme il cinema e la politica, presenza forte in tutta la Mostra. Anzitutto è l’unico film in concorso girato da una donna, May el-Toukhy (la minoranza femminile è il neo grosso della rassegna), e ha come tema, sempre attuale, il corpo femminile controllato, abusato, punito, abituato alla sopportazione silente dei dolori legati alla sessualità. La trama ci porta nella Danimarca del 1945, subito dopo la liberazione, quando la bambinaia e domestica Marie (Mathilde Arcel) è in predicato di sposare Christian (Carsten Bjørnlund), ricco imprenditore, sedicente antinazista, vedovo. Il salto sociale per lei è pronto, mentre osserva terrorizzata Copenhagen sfogare la rabbia dell’occupazione contro le donne che hanno avuto relazioni con i tedeschi – le tyskerpiger “ragazze tedesche”, o feltmadrasser, materassi da campo –, rasate e oggetto di sevizie pubbliche (saranno classificate negli archivi come “donne sconosciute”). Rossi sono la bandiera danese, il maglione di Marie e la svastica che la bambinaia si trova una mattina sulla porta di casa, mettendo a repentaglio il suo futuro. La protagonista è inquadrata spesso volutamente di spalle o dietro una grata, dove viene messa e si mette metaforicamente la stessa Marie, in un’estetica e una fotografia (di Jasper Spanning) alla Dreyer.Gran Premio della Giuria Raramente così azzeccato il Gran Premio della Giuria a Possible love di Lee Chang-dong, una lotta di classe alla sudcoreana, ma con un’accezione diversa dal Parasite di Bong Joon-ho. Un licenziamento di massa in una fabbrica e la violenta repressione di uno sciopero, che hanno scosso la Sud Corea, hanno dato lo spunto al regista per pensare a un’inedita amicizia tra una documentarista impegnata nel filmare la vita dei licenziati e la moglie di un ex operaio caduto in depressione. La vicinanza tra le due donne, porta l’operaio, riluttante ad aprirsi, a farsi intervistare e la moglie a sognare un altro destino, forse un altro amore. In un fine settimana in una villa da sogno i due proletari scoprono di essere due pedine nella vita senza rischi e dinieghi della documentarista e del marito. Il film ha una regia in crescendo, sensibilissima alle umanità che si rivelano nella trama con profondità e originalità poetica. Leone d’Argento Miglior RegiaIl contestatissimo Dau, per l’origine russa dell’autore, il regista dissidente Ilya Khrzhanovsky, ha vinto il Leone d’argento per la regia. Forse è stato un tributo al lavoro, durato vent’anni, di Khrzhanovsky, a metà tra cinema totale ed esperimento artistico e che ha portato anche a polemiche per i presunti abusi sul set. Il regista, esiliato a Berlino, si è ispirato ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica per raccontare la figura di uno scienziato idealista che finisce per piegarsi alla logica dell’impero sovietico, riproducendo in scala nel suo istituto scientifico la follia, la violenza, la repressione, la paranoia dell’Urss per quattro decenni. Un lavoro monster, frastagliato, confuso e affascinante, ultima parte di un’opera in tre parti con altrettanti direttori della fotografia, scenografi e costumisti e migliaia di comparse.Coppa Volpi FemminileMathilde Arcel, protagonista di Woman unknown di May el-ToukhyCoppa Volpi MaschileJohn Malkovich di Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con una sceneggiatura che mescolava, senza sbavature, poliziesco, azione, memoir e commedia, senza mai stancare lo spettatore. Si ride ma con un sottofondo tutt’altro che leggero: l’ingerenza degli Usa sullo scenario internazionale, dalla Baia dei Porci all’omicidio Kennedy, attraverso i servizi segreti. Il protagonista assoluto e meritatissima Coppa Volpi al migliore interprete maschile è Chris-John Malkovich, agente della Cia, che in una valigetta si porta il fucile usato per colpire JFK: responsabile di molte “azioni”. Si trova in Cile alla vigilia del golpe dell’11 settembre 1973 e la sua malattia terminale lo porta a un irrefrenabile bisogno di dire la verità con chiunque, soprattutto con i giovani che finiranno sui voli della morte. Probabile che vedremo Malkovich al Dolby, rispettando la tradizione che lega Oscar e l’Academy anche in una Mostra senza Hollywood.