Il mio ricordo più antico di Emma Bonino è degli anni 80, quando con un’espressione delusa e combattiva si appoggiava alla bicicletta con cui faceva la spola col Partito Radicale, ingaggiata in una delle più aspre discussioni con Marco Pannella. Non erano tanto discussioni ideologiche quanto il fatto che Emma Bonino si riteneva capo alla pari del Partito Radicale e aveva deciso di rompere con esso senza dirlo esplicitamente. Era diventata anche un po’ scortese con gli amici o i conoscenti come me e non era facile tirarle fuori una parola. Era imbronciata, graziosa nei suoi jeans da ciclista e sembrava sia insoddisfatta che delusa. Ma di fatto stava compiendo un passo storico che spaccò il Partito Radicale quando questo partito era il centro dell’incontro fra destra e sinistra. Berlusconi andava spesso all’orrendo albergo sull’Aurelia in cui il Partito Radicale faceva i suoi dibattiti.Erano manate e abbracci con Pannella, meno con Emma Bonino. C’era qualcosa in lei che si era rotto definitivamente. E io la capii senza che ne avessimo parlato, perché l’endorsement di Pannella a Francesco Rutelli come candidato sindaco di Roma era stato orchestrato dopo anni di fulmini e saette dallo stesso Pannella con Eugenio Scalfari. Il giornale La Repubblica di colpo era diventato pannelliano e pro-boniniano. In cambio, Francesco cessava di essere uno dei bersagli della critica della sinistra e diventava uno dei fondatori di Roma. Lì c’è tutta una questione di intrigo sia psicologico che di rapporti personali e gerarchici che trascinarono fuoriEmma Bonino e che la rendevano assolutamente, insopportabilmente drastica, negativa, ostile. Non basterebbe il dottor Freud per capire che cosa fosse successo, ma certamente il conflitto era su chi comanda nel Partito Radicale. Quindi la cosa avvenne dopo che già Emma aveva servito in maniera più che onorevole la scelta che di lei aveva fatto Silvio Berlusconi per l’Europa. E in fondo fu in quell’occasione che si invaghì dell’Europa come oggetto politico-ideologico. Il suo gruppetto al Senato o alla Camera era minuscolo, combattivo. Avevamo rari incontri, ma senza più la cordialità di un tempo. Marco Pannella credo che soffrisse moltissimo di questa defezione, perché non era soltanto una defezione, ma un vero tradimento degli ideali: l’Italia di allora aveva un perno, il Partito Radicale, che era stato fondato da Pannunzio come costola del Partito Liberale, che veniva a sua volta dagli accesi dibattiti e dalla politica fervente nelle battaglie universitarie della Sapienza a Roma, ed era un nucleo composto in modo variegato perché c’erano comunisti come Occhetto, Eugenio Scalfari e tanti altri che poi presero vie diverse o parallele. Emma non ruppe quel nucleo di partenza, tanto è vero che fu sostenuta con grande formalità e anche riconoscimento effettivo da Repubblica quando Scalfari e Pannella erano fra loro nemici furiosi. Ora non lo erano più. Da un giorno all’altro tutto era cambiato, lei era cambiata, il Partito Radicale era cambiato. Si intuiva che con lo sdoganamento, che sia Pannella che Berlusconi volevano, del partito di Fini si aprisse una nuova era in cui il campo di battaglia fosse molto articolato e pieno dimovimento e così andarono le cose. Non andarono benissimo dal punto di vista di Emma, perché poi la sua battaglia politica si ridusse a ben poca cosa, anche se sempre ben in vista nei telegiornali, anche se rispettata e onorata, anche se trattata giustamente come una delle fondatrici della democrazia repubblicana uscita dalla sua maggior crisi, quella del terrorismo. Dei giorni del terrorismo ricordo sia Craxi con il suo grande impermeabile bianco, sia Pannella, sia Napolitano, i ragazzi di Lotta Continua e molti cani sciolti di destra e di sinistra che si erano dati un gran da fare per salvare inutilmente Moro. Quella era stata la prima grande frattura che non si rimarginò mai più. Emma ha sopportato con grande valore umano, e cioè con dignità assoluta, il male che l’ha colpita. Non ha mollato un attimo, è stata sempre sulla breccia finché le forze fisiche glielo hanno permesso. Da allora poi era caduta in un dimenticatoio periferico i cui confini ha varcato ieri con la sua morte. È stato un peccato perché era la donna ideale per smuovere sia la sinistra che la destra mettendole d’accordo fra loro. Oggi una carta del genere in Parlamento della Repubblica non c’è più. E dunque la nostra democrazia in grande riforma formale, mentale, politica, ideologica, storica è priva di un pezzo molto più importante di quanto le sia stato permesso di usarlo.
Quella scelta di tradire il vero liberalismo
La leader radicale fu commissaria europea con Berlusconi ma decise di buttarsi a sinistra












