Nata come politica per caso nel fuoco della battaglia per l’aborto, nel giro di pochi anni Emma Bonino è diventata una delle dirigenti politiche più duttili, manovriere, magistralmente tattiche del microcosmo radicale. Marco Pannella, politico integrale, comandava, si spostava, si alleava con trasversale disinvoltura, disseminava radicali su tutto l’arco politico, spiazzava, scandalizzava, imponeva il suo lessico e la sua figura, era un dominus della manovra con le sue percentuali bassissime, ma sapeva che il successo delle battaglie radicali coincideva interamente con il successo personale, suscitando anche, come contropartita, micidiali antipatie e avversioni indistruttibili. Lei no, era simpatica, se non a tutti, a quasi tutti. Presentandosi con la Lista Bonino, Emma segnò alle Europee del 1999 la più straordinaria performance elettorale di tutta la storia radicale con un clamoroso 8,4. Oltre al tradizionale elettorato fece presa sulla sinistra, sul centro, sulla destra. Anche grazie a una campagna che ha fatto scuola: tutta giocata sul suo volto espressivo, lei in un primo piano, silenziosa, eloquente solo con la sua faccia, le sue amabili smorfie, la purezza del suo sguardo. Vota Emma, punto. Si attivò addirittura un comitato per candidarla al Quirinale, che però fu occupato dal presidente Ciampi: ma era la prova che lei, ancorata una parte con una forte e sin prepotente identità, poteva essere concepita anche super partes.Era stata votata nel gennaio del ’95 con lo schieramento berlusconiano (per volere di Pannella), iscritta nel gruppo di Forza Italia e poi indicata dal primo governo Berlusconi come commissaria europea. E il suo primo atto pubblico con questo incarico fu il viaggio a Sarajevo e Mostar dove imperversavano i massacri con la dissoluzione apocalittica dell’ex Jugoslavia. Si inimicò una parte del movimento pacifista perché favorevole a un intervento militare Nato per arginare la mostruosa pulizia etnica adottata dai serbi e dal generale Mladic oggi glorificato. Ma poi, forse contando sulla forza della propria immagine, fu accettata dalla sinistra come candidata alla Regione Lazio (perdente). E poi come ministro degli Esteri del governo Letta (che Pannella non condivideva affatto, con scia di patemi e di litigi memorabili) capì che la sua parte era opposta a quella abbracciata nel 1994.Non digerì mai l’Enrico stai sereno con cui Matteo Renzi diede il benservito a Letta e si mise a capo di una pattuglia di radicali, Più Europa, sempre più lontani dalla casa madre. E lei, stavolta madre nobile di questo drappello, si sentirà sempre più distante una figliolanza politica che non aveva più il piglio anticonformista, e un indomabile senso della battaglia, decisivi nel definire un’antica identità radicale, resa orfana dalla morte di Marco Pannella. Fino al silenzio sulle scelte di oggi, lo sbiadirsi del sostegno filoucraino in nome dell’unità di una coalizione più subita che scelta, le beghe interne, persino il ricorso al tribunale per dirimere contrasti sempre più insanabili. Lei, che poteva vantare un prestigio meritato e che della storia politica italiana è stata parte integrante per quasi un cinquantennio, non si sentiva più a suo agio in quel ruolo. Ed è restata all’altezza della sua storia.
Nata come politica per caso, Bonino portò i radicali al loro massimo storico
Anche grazie a una campagna che ha fatto scuola, segnò alle Europee del 1999 la più straordinaria performance elettorale di tutta la storia radicale con un clamoroso 8,4. Oltre al tradizionale elettorato fece prese sulla sinistra, sul centro e sulla destra










