Emma Bonino ha compiuto un altro, l’ennesimo, miracolo radicale. Ora che se n’è andata, a settantotto anni dopo una malattia che l’ha fiaccata per un decennio senza mai domarla, sembra che tutta l’Italia negli ultimi cinquant’anni sia stata boniniana e radicale, attenta ai diritti civili e non bacchettona, garantista e non giustizialista, impegnata a riscattare i paria della terra e non indifferente. Ovviamente non è così. La storia italiana è diversa.

Emma si merita questa universale celebrazione postuma, per tutto quello che ha fatto, a fianco di Marco Pannella, per il progresso civile del nostro paese e per la difesa dei diritti umani a tutte le latitudini, ma sarebbe stato meglio se gli italiani l’avessero votata allora, o anche solo alle ultime elezioni politiche ed europee, dove non ha superato il quorum, anziché compiangerla adesso.

Scorro su Twitter e su Instagram il carosello di post addolorati di persone di ogni tipo, genuinamente affrante per la morte di Emma, ma tra gli autori dei post riconosco pochi, i soliti, suoi reali compagni di battaglia. Gli altri piangono un’eroina italiana, poi diventata anche una superba statista europea (nominata a Bruxelles da Silvio Berlusconi, mica dalla sinistra che oggi si commuove), ma quando era necessario sostenere le sue battaglie, quando faceva tutte le belle cose che oggi le riconoscono, gli stessi che oggi si dolgono della sua scomparsa guardavano altrove.