L’eredità di una figura come Emma Bonino non è fatta solo delle battaglie vinte: è fatta anche, e forse soprattutto, di quelle perse. La campagna “Emma for President” fu una grande innovazione politica, rimasta incompiuta ma non priva di frutti. Bisogna, anzitutto, comprendere il momento. Era il 1999: il crollo della Prima Repubblica era ancora fresco e il bipolarismo si stava consolidando. L’affermazione della Lega nella prima metà del decennio aveva fatto del fisco un tema centrale delle campagne elettorali. Il referendum sul maggioritario e l’adozione del Mattarellum avevano aperto un’autostrada. Silvio Berlusconi impose di fatto l’indicazione del candidato premier. Nel gennaio di quell’anno, la Commissione europea guidata da Jacques Santer – di cui Bonino faceva parte – si era dimessa in blocco. Durante la sua esperienza a Bruxelles, Bonino aveva fortemente politicizzato il proprio ruolo, conquistando grande visibilità e stima. Libera da incarichi, si candidò pubblicamente al Quirinale: il mandato di Oscar Luigi Scalfaro, infatti, sarebbe scaduto il 13 maggio.Fu una geniale e felice intuizione di Giovanni Negri a fare di Emma “l’uomo giusto” per il Colle. Per la prima volta, l’opinione pubblica si mobilitava in vista della scelta del Capo dello Stato. La politica guardò altrove, eleggendo Carlo Azeglio Ciampi, ma la campagna aveva anche un altro obiettivo: portare l’attenzione sulla sua proposta politica. Infatti, alle successive europee del 13 giugno, la Lista Bonino conquistò il record storico dell’8,5 per cento. Perché è importante ricordare quella vicenda? Perché i temi sollevati da Bonino non potrebbero essere più attuali: da un lato, lo sforzo per dare agli elettori sempre più potere nella scelta dei vertici delle nostre istituzioni. Un italiano dell’epoca non avrebbe potuto immaginare che il regresso proporzionalista e partitocratico sarebbe arrivato di lì a poco. Ma la sostanza della campagna di Bonino è ancora più importante: il suo europeismo si fondava sull’idea che solo facendone uno strumento di libertà, l’Ue sarebbe potuta diventare politicamente sexy. Emma ci lascia forse un Paese meno libero di quanto avrebbe voluto, ma più libero di quanto sarebbe stato se, cristonando come solo lei sapeva fare, non fosse passata di qua.