Sandro Pertini, suo amico, la chiamava «la Giamburrasca di Montecitorio». I radicali non erano parlamentari comuni, sì, ma Emma Bonino, anche da giovane radicale, non è mai stata una monella: era una donna rigorosa, disciplinata, spesso spigolosa, riservata. Nata a Bra, Cuneo, nel 1948, negli anni intorno al ‘68, quelli delle battaglie civili e del movimento della liberazione delle donne, rifiutava di frequentare i piccoli gruppi, i collettivi: «Mi chiedevo perché dovessi spiegare i fatti miei a chi non conoscevo per niente. Non capivo perché dovesse esser liberatorio. Ma io sono sempre stata piemontese, penso che il personale è politico ma il privato non è pubblico».
Se n’è andata la mattina dell’11 settembre, a settantotto anni, per otto anni ha convissuto con un tumore a cui lei non ha dato scampo. «Io non sono il mio tumore e voi non siete la vostra malattia», aveva detto nel 2015 cestinando la parrucca, esibendo il primo dei suoi elegantissimi e radicalissimi turbanti, e annunciando la malattia. Non perché avesse smesso di credere che il privato non era pubblico, ma perché voleva «fare fiducia» ai tanti malati d’Italia. Qualche giorno fa Dario Franceschini, fondatore del Pd carattere altrettanto riservato, ha reso pubblico il suo Parkinson. Con parole simili: «Non isolatevi, continuate a vivere». Nel novembre del 2024, era appena uscita dall’ospedale, aveva ricevuto la visita di Francesco. La foto dei due in carrozzina, uno di fronte all’altro, una politica e un papa, una donna e un uomo, al sole della terrazza di Trastevere, è potentissima.










