Emma Bonino si è stagliata come una presenza costante nell’orizzonte del mio impegno pubblico. I nostri percorsi si sono incrociati, in particolare, in tre momenti, esemplificativi di altrettanti tratti salienti della sua biografia politica.
Il ricordo più lontano risale agli anni della mia giovinezza, quelli della militanza radicale. Emma, allora, era una giovane donna protagonista della stagione dei diritti civili. Già in quel momento, nell’universo radicale, rappresentava in qualche modo un'altra polarità rispetto a quella impersonata da Marco Pannella.
Il radicalismo di Pannella, infatti, si percepiva come quello di una «minoranza creativa» in perenne antagonismo rispetto al potere, interessato a coglierne le contraddizioni e a infilarcisi al fine di conquistare spazi di libertà inediti. Si accostava (pur senza identificarsi del tutto) a quell'ideale tracciato da Pasolini nell'intervento che lo scrittore avrebbe dovuto pronunziare proprio al congresso del partito radicale del '75, il giorno dopo il suo assassinio.
Il radicalismo di Emma, invece, era più compatibile con il potere; meno «scandaloso», disponibile a ricoprire ruoli di gestione e di governo. Le due opzioni poggiavano su basi culturali diverse. Sono state, però, insieme fino a quando gli elementi caratteriali non hanno preso il sopravvento.










