Non prendiamoci in giro, non è colpa dell’amianto se l’Ilva di Taranto, quello che era lo stabilimento più grande d’Europa, capace di produrre dieci milioni di tonnellate di acciaio, dovrà spegnere il suo altoforno. Basta spostarsi di qualche centinaio di chilometri, a Bagnoli, Napoli. L’altoforno venne spento negli anni Novanta e ora quello è diventato lo scenario per l’America’s cup. Una cosa prestigiosa certo, ma l’acciaio serve. Un’agonia lunga 14 anni, dal primo sequestro giudiziario, dal tentativo di salvataggio del piano Bondi, dalla vendita decisa dallo Stato, dall’arrivo degli anglo-indiani di Mittal, dal tentativo di chi voleva gestirla senza i rischi penali legati al passato. Viene da pensare una cosa impensabile: che il dramma e il dolore delle persone che si sono ammalate di tumore e sono morte per causa della fabbrica sia stato spesso usato come pretesto, come scusa per conquistare consenso da parte di molti (non di chi si è impegnato per migliorare le cose).

L’inganno è stato mettere in contrapposizione due valori ugualmente tutelati dalla nostra Costituzione, la salute e il lavoro. Un’equazione impossibile che sta dietro la tragedia che si sta consumando a Taranto, i sequestri, le sentenze, i successi elettorali, le cordate. I governi che si sono succeduti hanno accusato i precedenti di essere i veri responsabili. Eppure messa così — salute contro lavoro e lavoro contro salute —, la questione è irrisolvibile. Forse c’è ancora tempo, poco, per cercare di uscirne e di salvare Taranto. Vediamo come andrà avanti l’offerta della cordata di Federacciai con 14 imprese. Le 2.500 lettere di licenziamento nell’indotto sono state una sveglia per tutti, lo Stato con la cassa integrazione sta tamponando una situazione. Ma forse è arrivato il momento di prendere in considerazione il fatto che oltre quei cancelli, a temperature soffocanti, a produrre quell’acciaio che serve all’Italia, ci sono diecimila persone. Diecimila.