La travagliata storia dell’ex Ilva arriva a una svolta concreta: l'area a caldo dell'impianto siderurgico di Taranto dovrà fermarsi entro il 28 ottobre. La Corte d'Appello di Milano ha confermato il provvedimento. E ora ci si interroga sul destino di migliaia di lavoratori

La decisione sull’ecomostro di Taranto è arrivata. La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento che lo scorso luglio aveva disposto il blocco dell’area a caldo dello stabilimento dell’ex Ilva, che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. Sono state rigettate dai magistrati le istanze presentate dalle società Ilva e Acciaierie d’Italia. E il messaggio lanciato è chiaro: la tutela delle persone viene prima della produttività.

“Il bilanciamento tra i contrapposti interessi costituzionali non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute”: questo è il cuore del provvedimento. Per i giudici “nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”.

Com’è tristemente noto, l’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto siderurgico d’Italia e da oltre un decennio è al centro di una crisi industriale, ambientale e occupazionale. Dal primo intervento della magistratura nel 2012 per l’impatto dell’inquinamento, si sono susseguiti sequestri, commissariamenti e tentativi di vendita. Il nodo principale è l’area a caldo, dove gli altiforni trasformano le materie prime in acciaio: è la parte più strategica dello stabilimento, ma anche quella più inquinante. Dei quattro altiforni presenti, oggi solo uno è attivo.