L’ex Ilva di Taranto affronta il passaggio più stretto e drammatico della sua tormentata storia recente. Il destino del più grande polo siderurgico d’Europa non è mai stato così frammentato e, al tempo stesso, interconnesso. Nelle ultime ore la crisi dell’acciaio italiano si è avvitata in un doppio binario parallelo, divisa tra le stanze della politica romana, le aule di giustizia milanesi e i radar della finanza globale. Sullo sfondo c’è un cronometro che corre veloce e che ha come traguardo la data del 15 ottobre, termine perentorio fissato dai Commissari straordinari per la presentazione delle offerte vincolanti d’acquisto. Un countdown che rischia però di essere azzerato prima del tempo.

La minaccia più imminente per la sopravvivenza dello stabilimento arriva proprio dal fronte giudiziario milanese. La Corte d’Appello di Milano ha infatti decretato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro la fine di ottobre per ragioni di tutela sanitaria legate alla presenza di amianto e alle emissioni nocive. Per l’impianto si tratterebbe di una condanna anticipata, poiché spegnere l’altoforno significa fermare il cuore della produzione primaria dell’acciaio. Per evitare il collasso, le amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d'Italia hanno risposto stringendo i tempi legali: oltre al ricorso in Cassazione, hanno depositato un’istanza d’urgenza ex articolo 373 del codice di procedura civile proprio alla stessa Corte d’Appello di Milano per chiedere la sospensiva immediata del decreto di chiusura. L’udienza d’urgenza per discutere questa sospensiva rappresenta il vero spartiacque di queste ore. Da un lato, i legali dell’azienda sostengono che fermare i forni provocherebbe un danno irreversibile e farebbe decadere l’interesse dei compratori internazionali; dall’altro, gli avvocati dei cittadini tarantini e i residenti premono per il rigetto del congelamento, esigendo lo spegnimento immediato a tutela della salute pubblica.