L’ex Ilva di Taranto vive i giorni più drammatici della sua recente storia industriale. Nel giro di poche settimane, il destino del polo siderurgico è stato stravolto da due eventi speculari: un decreto della Corte d’Appello di Milano che impone lo spegnimento dell’area a caldo e il tentativo di un salvataggio privato nazionale. Sullo sfondo, i diritti dei lavoratori si scontrano con l’impossibilità giuridica e i limiti tecnici del risanamento ambientale.
Il verdetto di Milano: mirino su amianto e polveri
Il terremoto giudiziario è scattato alla fine di luglio con la decisione della Corte d’Appello di Milano. Accogliendo l’azione inibitoria promossa dall’associazione Genitori Tarantini, i giudici hanno intimato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro novanta giorni. Il dispositivo subordina la ripartenza degli impianti a due condizioni insindacabili: l’eliminazione totale di circa due tonnellate di amianto ancora presenti nelle strutture e il monitoraggio stringente con abbattimento immediato delle polveri sottili (PM10 e PM2.5). Per la magistratura, la produzione primaria senza queste tutele non è compatibile con il diritto alla salute.
La proposta di Federacciai e il paletto del sequestro







