L’ex Ilva, per come è ridotta, ha esaurito quasi completamente la sua funzione, immolata sull’altare di interessi speculativi. L’ipotesi di continuare a produrre acciaio a Taranto nel modo tradizionale, non è soltanto anacronistica ma estremamente dannosa. Gli interessi particolari di un ristretto settore dell’industria italiana sono diventati estranei a quelli della collettività ionica, trasformandosi in rendite parassitarie provenienti da attività e metodi di produzione antiquati, caratterizzati da un saldo sociale negativo. Nell’ex Ilva è avvenuta una parabola discendente, che sarà di certo argomento dei testi di storia industriale del futuro: l’estrazione di profitto attraverso mezzi e sistemi di produzione che prima hanno creato ricchezza e poi - giammai evolvendo, ma incistendo e corrompendosi - l’hanno distrutta.
Una forma di capitalismo micragnoso, ingordo, ottuso. Verrebbe da chiedersi se ne esistano altre, ma questo è argomento adatto ai discepoli di Carletto da Treviri. Ora, per l’ex Ilva, pare sia arrivato davvero il finale di partita. Il rimando al titolo dell’atto unico di Samuel Beckett non è casuale. I due protagonisti – Hamm e Clov – sono emblematici: Hamm è vecchio, ricco, cieco, non può più reggersi in piedi e tormenta Clov dandogli continuamente ordini assurdi, per poi ritrattarli. Clov – che di Hamm è il servo - è bloccato e non è capace di sedersi; anche lui – a suo modo – tormenta Hamm con il suo atteggiamento passivo-aggressivo. I due trascinano l’esistenza in un mondo dove sembra non esista più nulla: né mare, né sole, né buio, né luce. Passano il tempo a litigare, pur essendo dipendenti uno dall’altro. Clov vorrebbe emanciparsi da Hamm, andarsene, ma non ci riesce. È una dichiarata partita a scacchi tra i due: Beckett stesso lo lasciò intuire. Come quella dell’assoluta mancanza di senso della vicenda Ilva e l’altrettanto assoluta necessità di trovarlo. Come quella in atto tra i tarantini e il manipolo di imprenditori dell’acciaio, sostenuti da chi li difende. In aiuto di tutti noi, scacchiera umana e dolente che colora di bianco e nero questa terra sacra, arrivano – quasi fossero profezie – le parole che l’amatissimo drammaturgo di Dublino affidò al Clov, comprese in un celebre monologo: «Apro la porta del capannone e me ne vado. Sono talmente curvo che vedo solo i miei piedi, se apro gli occhi; e tra le gambe un po’ di polvere nerastra. Mi dico che la terra si è spenta, benché io non l’abbia mai vista accesa. Quando cadrò, piangerò di gioia».







