Il destino dell’ex Ilva di Taranto si trova a un bivio strategico che non riguarda solo la sopravvivenza del polo siderurgico, ma il modello stesso di politica industriale del Paese. Sul tavolo del governo si confrontano due visioni opposte: da un lato l’offerta del gruppo indiano Jsw, noto come Jindal, pronto a rilevare l’intero complesso; dall’altro il piano di una cordata formata da 14 acciaieri e imprenditori italiani. Quest’ultima propone un’operazione di sistema volta a privilegiare gli operatori nazionali e a escludere partner stranieri, blindando l’assetto sotto la bandiera tricolore.
La proposta dei 14 imprenditori italiani si basa su una ristrutturazione profonda dei processi produttivi, con l’obiettivo di abbandonare progressivamente l’altoforno tradizionale, il cui contenzioso con i tribunali e i rischi giudiziari fanno molta paura agli investitori privati. Si punta invece a passare alla tecnologia più sostenibile del forno elettrico. Alcuni gruppi della cordata si sono detti disposti a trasferire a Taranto parte delle proprie attività di laminazione, nonostante l’aggravio dei costi per il trasporto delle bramme.
Tuttavia, gli industriali sono consapevoli che non conviene ridurre l’ex Ilva a un semplice sito di trasformazione. Sebbene oggi le bramme si trovino facilmente sul mercato, la disponibilità futura non è affatto garantita. Per rendere autonomo il sito, il piano prevede la costruzione di un forno elettrico e di un impianto per la produzione di DRI, il preridotto ottenuto dalla riduzione chimica del minerale di ferro fondamentale per alimentare i forni. Sebbene l’alimentazione potrebbe avvenire anche tramite rottame ferroso, quest’ultimo è sempre più scarso e conteso dalle acciaierie del Nord, quindi un incremento della domanda a Taranto creerebbe una concorrenza insostenibile. Con questo assetto, la capacità produttiva dell’ex Ilva si attesterebbe su una scala ridotta, compresa tra 2,5 - 3 milioni di tonnellate all’anno.








