E’ stata una sentenza della Corte Costituzionale del 2013 la base giuridica che ha tenuto in piedi Ilva negli ultimi anni. Di fronte alla procura di Taranto che aveva impugnato il decreto legge del 2012 che ne determinava la continuità produttiva in quanto sito di interesse strategico nazionale, la Consulta stabilì che non esistono diritti tiranni: quello alla salute e quello al lavoro devono equilibrarsi. E nel caso Ilva il loro equilibrio coincideva con il rispetto dell’Autorizzazione ambientale. Poi però nel 2022 la Costituzione è stata cambiata, aggiungendo all’art. 41 che la libertà di impresa “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente” mentre prima si fermava “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Poi nel 2024, la Corte di giustizia europea ha stabilito che il diritto alla salute viene prima di tutto, e se messo in pericolo lo stabilimento Ilva doveva essere sospeso.Così ora la Corte d’appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’area a caldo finché non verranno rimossi i 2 mila chili di amianto presenti e contenuti i limiti di emissioni. Il tribunale nota che il piano ambientale del 2017 (governo Renzi) imponeva entro il 2023 la rimozione dell’amianto, ma l’Aia 2025 ha eliminato questa prescrizione. Un errore del governo Meloni, che martedì riprenderà il confronto con i sindacati, ma che ha una sola via d’uscita per salvare l’Ilva: un decreto legge che superi la sentenza dei giudici. E’ però chiaro che, in questa crisi infinita, per la politica sia più semplice usare l’alibi della magistratura che decidere la politica industriale. L’ordinanza non è inaspettata ma prevedibile. Il tempo c’era, ma si è preferito usarlo per non decidere. Ora la Corte indica anche soluzioni occupazionali: “Le maestranze potrebbero essere impiegate anche nelle attività di sostituzione degli impianti, con competenze tecniche analoghe e attraverso una programmazione degli interventi capace di garantire continuità lavorativa”. Se il governo rinuncia, la politica industriale la fa la magistratura.
Ilva, il passo indietro della politica
La Corte d’appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto finché non verranno rimossi i 2 mila chili di amianto presenti e contenuti i limiti di emissioni. Se il governo non decide, è la magistratura a fare la politica industriale














